﻿LORD THOMAS BABINGTON MACAULAY.
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STORIA D'INGHILTERRA.
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Parte 8.
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Traduzione di: Paolo Emiliani-Giudici.
1859-1860. Felice Le Monnier Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rielaborata e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito dall'Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Capitolo Decimo.
Note al testo.
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FINE Indice.
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CAPITOLO DECIMO.
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SOMMARIO.
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I. Si sparge la nuova della fuga di Giacomo; grande agitazione. - Secondo. I Lordi si radunano in Guildhall - Terzo. Tumulti in Londra. - Quarto. La casa dello Ambasciatore di Spagna è saccheggiata. - V. Arresto di Jeffreys. - Sesto. La Notte Irlandese - Settimo. Il Re è arrestato presso Sheerness. - SettimoI. I Lordi ordinano che sia posto in libertà. - IX. Imbarazzo di Guglielmo. - X. Arresto di Feversham; arrivo di Giacomo a Londra. - XI. Consulta tenuta in Windsor. - XII. Le truppe olandesi occupano Whitehall. - XIII. Messaggio del Principe a Giacomo. - XIV. Giacomo parte per Rochester. - XV. Arrivo di Guglielmo al Palazzo San Giacomo. - XVI. Lo consigliano ad assumere la Corona per diritto di conquista. - XVII. Egli convoca i Lordi e i Membri de' Parlamenti di Carlo Secondo. - XVIII. Giacomo fugge da Rochester. - XIX. Discussioni e determinazioni de' Lordi. - XX. Discussioni e determinazioni de' Comuni convocati dal Principe. - XXI. Si convoca una Convenzione; sforzi del Principe per ristabilire l'ordine. - XXII. Sua politica tollerante. - XXIII. Satisfazione de' potentati cattolici romani; pubblica opinione in Francia. - XXIV. Accoglienze fatte alla Regina d'Inghilterra in Francia. - XXV. Arrivo di Giacomo a Saint-Germain. - XXVI. Pubblica opinione nelle Province Unite - XXVII. Elezione dei Membri della Convenzione. - XXVIII. Affari di Scozia. - XXIX. Partiti in Inghilterra. - XXX. Disegno di Sherlock - XXXI. Disegno di Sancroft. - XXXII. Disegno di Danby. - XXXIII. Disegno dei Whig. La Convenzione si aduna; membri principali della Camera dei Comuni. - XXXIV. Elezione del Presidente - XXXV. Discussione sopra le condizioni della nazione. - XXXVI. Deliberazione che dichiara vacante il trono. E' spedita alla Camera dei Lordi; Discussione nella Camera dei Lordi intorno al disegno di nominare una reggenza. - XXXVII. Scisma tra i Whig e i seguaci di Danby. - XXXVIII. Adunanza in casa del Conte di Devonshire. - XXXIX. Discussione nella Camera de' Lordi intorno alla questione se il trono debba considerarsi come vacante. La maggioranza nega. - XL. Agitazione in Londra. - XLI. Lettera di Giacomo alla Convenzione. - XLII. Discussioni; Negoziati; Lettera del Principe d'Orange a Danby. - XLIII. La principessa Anna aderisce al disegno de' Whig. - XLIV. Guglielmo manifesta i proprii pensieri. - XLV. Conferenza delle due Camere. - XLVI. I Lordi cedono. - XLVII. Proposta di nuove Leggi per la sicurezza della Libertà. - XLVIII. Dispute e Concordia. - XLIX. La Dichiarazione dei Diritti. - L. Arrivo di Maria. - LI. Offerta ed accettazione della Corona. - LII. Guglielmo e Maria vengono proclamati. - LIII. Indole speciale della Rivoluzione inglese.
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I. Northumberland ubbidì fedelmente al comando, e non aprì l'uscio del regio appartamento se non a giorno chiaro. L'anticamera era piena di cortigiani venuti a complire il Re all'alzarsi da letto, e di Lordi chiamati a consiglio. La nuova della fuga di Giacomo in un istante volò dalla reggia alle strade, e tutta la metropoli ne rimase commossa.
E' fu un terribile momento. Il Re se n'era andato; il Principe non ancora giunto; non era stata istituita una Reggenza; il Gran Sigillo, essenziale all'amministrazione della ordinaria giustizia, era scomparso. Presto si seppe che Feversham, ricevuta la lettera del Re, aveva subitamente disciolto lo esercito. Quale rispetto per le leggi e la proprietà potevano avere i soldati in armi e raccolti, senza il freno della disciplina militare, e privi delle cose necessaria alla vita? Dall'altro canto la plebe di Londra da parecchi giorni mostravasi fortemente inchinevole al tumulto ed alla rapina. La urgenza del caso congiunse per breve tempo tutti coloro ai quali importava la pubblica quiete. Rochester aveva fino a quel giorno fermamente aderito alla causa regia. Adesso conobbe non esservi che una sola via per evitare lo universale scompiglio. "Congregate le vostre guardie" disse egli a Northumberland, "e dichiaratevi pel Principe d'Orange." Northumberland seguì prontamente il consiglio. I precipui ufficiali dello esercito che allora trovavansi in Londra convennero a Whitehall, e deliberarono di sottoporsi alle autorità di Guglielmo, e finchè conoscessero la volontà di lui, tenere sotto disciplina i loro soldati, ed assistere la potestà civile onde mantenere l'ordine(1228).
II. I Pari recaronsi a Guildhall, e dai magistrati della città vi furono ricevuti con tutti gli onori. A rigore di legge i Pari non avevano maggior diritto che ogni altra classe di persone ad assumere il potere esecutivo. Ma egli era alla pubblica salvezza necessario un governo provvisorio; e gli occhi di tutti naturalmente volgevansi ai magnati ereditari del Regno. La gravità del pericolo trasse Sancroft fuori dal suo palazzo. Occupò il seggio; e, lui presidente, il nuovo Arcivescovo di York, cinque Vescovi, e ventidue Lordi secolari, deliberarono di comporre, sottoscrivere e pubblicare un Manifesto. In questo documento dichiararono di aderire fermamente alla religione e alla costituzione del paese; aggiunsero che avevano vagheggiata la speranza di vedere raddrizzati i torti e ristabilita la pubblica quiete dal Parlamento pur allora convocato dal Re; ma tale speranza rimaneva distrutta dalla sua fuga. Per lo che avevano deliberato di congiungersi col Principe d'Orange onde rivendicare le patrie libertà, assicurare i diritti della Chiesa, accordare una giusta libertà di coscienza ai dissenzienti e rafforzare in tutto il mondo gl'interessi del protestantismo. Fino allo arrivo di Sua Altezza essi erano pronti ad assumere la responsabilità di prendere i provvedimenti necessari alla conservazione dell'ordine. Sull'istante fu spedita una deputazione a presentare il predetto Manifesto al Principe, ed annunziargli ch'egli era impazientemente aspettato a Londra(1229).
I Lordi quindi si posero a pensare intorno ai modi di prevenire ogni tumulto. Fecero chiamare i due Segretari di Stato. Middleton ricusò di ubbidire a quella ch'egli considerava autorità usurpata: ma Preston, ancora attonito per la fuga del suo signore, e non sapendo che cosa aspettarsi, obbedì alla chiamata. Un messaggio fu mandato a Skelton Luogotenente della Torre, perchè si presentasse in Guildhall. Andatovi, gli fu detto non esservi più oltre mestieri de' suoi servigi, e però consegnasse immediatamente le chiavi. Gli fu sostituito Lord Lucas. Nel tempo stesso i Pari ordinarono che si scrivesse a Darthmouth ingiungendogli d'astenersi da ogni atto ostile contro la flotta olandese, e di licenziare tutti gli ufficiali papisti a lui sottoposti(1230).
La parte che in cotesti procedimenti ebbero Sancroft ed altri che fino a quel giorno si erano mantenuti strettamente fedeli al principio della obbedienza passiva, è degna di speciale considerazione. Usurpare il comando delle forze militari e navali dello Stato, destituire gli ufficiali preposti dal Re al comando de' suoi castelli e navigli, e inibire allo ammiraglio di dare battaglia ai nemici di lui, erano niente meno che atti di ribellione. E nonostante vari Tory abili ed onesti, seguaci della scuola di Filmer, erano persuasi di poter fare tutte le sopra dette cose senza incorrere nella colpa di resistere al loro Sovrano. Il loro argomentare era per lo meno ingegnoso. Dicevano, il Governo essere ordinato da Dio, e la monarchia ereditaria eminentemente ordinata da Dio. Finchè il Re comanda ciò che è legittimo, noi siamo tenuti a prestargli obbedienza attiva; comandando ciò che è illegittimo, obbedienza passiva. Non vi è caso estremo che ne possa giustificare ad opporci a lui con la forza. Ma ove a lui piaccia di deporre il suo ufficio, egli perde ogni diritto sopra di noi. Finchè ci governa, quantunque ci governi male, siamo obbligati a chinare la fronte; ma ricusando egli di governarci in veruna maniera, non siamo tenuti a rimanere perpetuamente privi di governo. L'anarchia non è ordinamento di Dio; nè egli ci ascriverà a peccato se nel caso che un principe, il quale in onta a gravissime provocazioni non abbiamo cessato mai di onorare e obbedire, si parta senza che noi sappiamo dove, non lasciando un suo vicario, ci apprendiamo al solo partito che ci rimanga a impedire la dissoluzione della società. Se il nostro Sovrano fosse rimasto fra noi, noi saremmo pronti, per quanto poco egli meritasse il nostro affetto, a morire ai suoi piedi. Se, lasciandoci, avesse nominato una reggenza per governarci con autorità delegatale durante la sua assenza, noi ci saremmo rivolti a tale reggenza soltanto. Ma egli è scomparso senza lasciare nessun provvedimento per la conservazione dell'ordine o per l'amministrazione della giustizia. Con lui e col suo Gran Sigillo è sparita tutta la macchina per mezzo della quale si possa punire un assassino, decidere del diritto di proprietà, distribuire ai creditori i beni d'un fallito. Il suo ultimo atto è stato di sciogliere migliaia d'uomini armati dal freno della disciplina militare, e porli in condizioni o di saccheggiare o di morire di fame. Fra poche ore ciascun uomo s'armerà contro il suo prossimo. La vita, gli averi, l'onore delle donne saranno in balía di ogni uomo sfrenato. Noi adesso ci troviamo in quello stato di natura intorno al quale i filosofi hanno scritto cotanto; nel quale stato siamo posti non per colpa nostra, ma per volontario abbandono di colui che avrebbe dovuto essere nostro protettore. Il suo abbandono può dirittamente chiamarsi volontario: imperocchè nè la vita nè la libertà sue erano in periglio. I suoi nemici già avevano consentito ad aprire pratiche d'accordo sopra una base proposta da lui stesso, ed eransi offerti a sospendere immediatamente le ostilità a patti che egli non negava essere liberali. In tali circostanze egli ha disertato il suo posto. Noi non facciamo la minima ritrattazione; non siamo in cosa alcuna incoerenti. Ci manteniamo tuttavia fermi senza modificazione nelle nostre vecchie dottrine. Seguitiamo a credere che in qualunque caso è peccato resistere al magistrato; ma affermiamo che adesso non vi è verun magistrato cui resistere. Colui che era magistrato, dopo d'avere per lungo tempo fatto abuso della propria potestà, ha abdicato da sè. Lo abuso non ci dava diritto a deporlo: ma l'abdicazione ci dà diritto a provvedere al miglior modo di supplire al suo ufficio.
III. Per cosiffatte ragioni il partito del Principe si accrebbe di molti che per l'innanzi s'erano tenuti in disparte. A memoria d'uomo non era mai stata, come in quella congiuntura, una quasi universale concordia fra gl'Inglesi; e mai quanto allora v'era stato sì grande bisogno di concordia. Non v'era più alcuna autorità legittima. Tutte le tristi passioni che il Governo ha debito d'infrenare, e che i migliori Governi imperfettamente infrenano, trovaronsi in un subito sciolte d'ogni ritegno; l'avarizia, la licenza, la vendetta, il vicendevole odio delle sètte, il vicendevole odio delle razze. In simiglianti casi avviene che le belve umane, le quali, abbandonate dai ministri dello Stato e della religione, barbare fra mezzo alla città, pagane fra mezzo al cristianesimo, brulicano tra ogni fisica e morale bruttura nelle cantine e nelle soffitte delle grandi città, acquistino a un tratto terribile importanza. Così fu di Londra. Allo avvicinarsi della notte - per avventura la più lunga notte dell'anno - eruppero da ogni spelonca di vizio, dalle taverne di Hockley e dal laberinto d'osterie e di bordelli nel quartiere di Friars, migliaia di ladroncelli e di ladroni, di borsaiuoli e di briganti. A costoro mescolaronsi migliaia d'oziosi giovani di bottega, i quali ardevano solo della libidine di tumultuare. Perfino uomini pacifici ed onesti erano spinti dall'animosità religiosa a congiungersi con la sfrenata plebaglia: imperocchè il grido di "Giù il Papismo," grido che aveva più volte messa a repentaglio la esistenza di Londra, era il segnale dell'oltraggio e della rapina. Primamente la canaglia gettossi sopra le case appartenenti al culto cattolico. Gli edifici furono atterrati. Banchi, pulpiti, confessionali, breviari furono accatastati ed arsi. Un gran monte di libri e di arredi era in fiamme presso il convento di Clerkenwell. Un'altra catasta bruciava innanzi le rovine del convento de' Francescani in Lincoln's Inn Fields. La cappella in Lime Street, la cappella in Bucklersbury, furono smantellate. Le dipinture, le immagini, i crocifissi vennero condotti trionfalmente per le vie al lume delle torce divelte dagli altari. La processione pareva una selva di spade e di bastoni, e in cima ad ogni spada e bastone era fitta una melarancia. La stamperia reale, donde nei precedenti tre anni erano usciti innumerevoli scritti in difesa della supremazia del Papa, del culto delle immagini, e de' voti monastici, per adoperare una grossolana metafora che allora per la prima volta cominciò ad usarsi, fu sventrata. La vasta provigione di carta, che in gran parte non era lordata dalla stampa, apprestò materia ad un immenso falò. Da' monasteri, dai templi, dai pubblici uffici la furibonda moltitudine si volse alle private abitazioni. Parecchie case furono saccheggiate e distrutte: ma la pochezza del bottino non appagando i saccheggiatori, tosto si sparse la voce che le cose più preziose de' papisti erano state poste al sicuro presso gli ambasciatori stranieri. Nulla importava alla selvaggia e stolta plebaglia il diritto delle genti e il rischio di provocare contro la patria la vendetta di tuttaquanta l'Europa. Le case degli ambasciatori furono assediate. Una gran folla si raccolse dinanzi la porta di Barillon in Saint James's Square. Ei nondimeno si condusse meglio di quel che si sarebbe creduto. Imperocchè, quantunque il Governo da lui rappresentato fosse tenuto in aborrimento, la liberalità sua nello spendere e la puntualità nel pagare lo avevano reso bene affetto al popolo. Inoltre egli aveva presa la precauzione di chiedere parecchi soldati a guardia della sua casa: e perchè vari uomini d'alto grado che abitavano vicino a lui, avevano fatto lo stesso, una forza considerevole si raccolse in quella piazza. La tumultuante plebe quindi, assicuratasi che sotto il tetto di Barillon non v'erano nascosti nè armi nè preti, cessò di molestarlo e ne andò via. Lo ambasciatore veneto fu protetto da una compagnia militare: ma le magioni dove abitavano i ministri dello Elettore Palatino e del Granduca di Toscana, furono distrutte. Una preziosa cassetta il Ministro Toscano riuscì a salvare dalle mani de' facinorosi. Vi si contenevano nove volumi di memorie scritte di mano propria da Giacomo. I quali volumi, pervenuti a salvamento in Francia, dopo lo spazio di cento e più anni, perirono fra le stragi d'una rivoluzione assai più formidabile di quella dalla quale erano scampati. Ma ne rimangono tuttavia alcuni frammenti, che, comunque gravemente mutili e incastrati in una farragine di fanciullesche finzioni, sono ben meritevoli d'attento studio.
IV. Le ricche argenterie della Cappella Reale erano state depositate in Wild House presso Lincoln's Inn Fields, dove abitava Ronquillo ambasciatore di Spagna. Ronquillo, sapendo ch'egli e la sua Corte non avevano male meritato della nazione inglese, non aveva creduto necessario chiedere dei soldati: ma la marmaglia non era in umore da fare sottili distinzioni. Il nome di Spagna da lungo tempo richiamava alla mente degli Inglesi la idea della Inquisizione, dell'Armada, delle crudeltà di Maria, e delle congiure contro Elisabetta. Ronquillo dal canto suo s'era acquistato di molti nemici fra il popolo, giovandosi del suo privilegio per non pagare i suoi debiti. E però la sua casa fu saccheggiata senza misericordia; ed una pregevole biblioteca da lui raccolta rimase preda delle fiamme. Il solo conforto ch'egli ebbe in tanto disastro fu di potere salvare dalle mani degli aggressori l'ostia santa che era nella sua cappella(1231).  La mattina del dì 12 dicembre sorse in assai lugubre aspetto. La metropoli in molti luoghi presentava lo spettacolo d'una città presa d'assalto. I Lordi ragunaronsi in Whitehall e fecero ogni sforzo per ristabilire la quiete. Le milizie civiche furono chiamate alle armi. Un corpo di cavalleria fu tenuto pronto a disperdere i tumultuosi assembramenti. Ai governi stranieri fu pe' gravi insulti data quella soddisfazione che si potè maggiore in quel momento. Fu promesso un premio a chiunque scoprisse le robe rapite in Wild House; e Ronquillo al quale non era rimasto un solo letto o un'oncia d'argento, fu splendidamente alloggiato nel deserto palagio dei Re d'Inghilterra. Gli fu apprestata una sontuosa mensa; e gli ufficiali della Guardia Palatina ebbero ordine di stare nella sua anticamera come costumavasi fare col Sovrano. Tali segni di rispetto abbonirono il puntiglioso orgoglio della Corte Spagnuola, e tolsero ogni pericolo di rottura(1232).
V. Ad ogni modo, non ostante i bene intesi sforzi del Governo Provvisorio, l'agitazione facevasi ognora più formidabile. La fu accresciuta da un caso che anche oggi dopo tanto tempo non può narrarsi senza provare il piacere della vendetta. Uno speculatore che abitava in Wapping, e trafficava prestando ai marini del luogo pecunia ad usura, aveva tempo innanzi prestato una somma, prendendo ipoteca sul carico d'una nave. Il debitore ricorse al tribunale detto d'Equità, per essere sciolto dalla sua obbligazione; e la causa fu portata dinanzi a Jeffreys. Lo avvocato del debitore avendo poche ragioni da allegare, disse che il prestatore era un barcamenante. Il Cancelliere, appena udito ciò, si accese di rabbia. "Un barcamenante! dove è egli? Ch'io lo veda. Ho sentito parlare di quella specie di mostro. A che si assomiglia egli?" Lo sventurato creditore fu costretto a comparire. Il Cancelliere gli rivolse ferocissimo lo sguardo, inveì contro lui, e cacciollo via mezzo morto dallo spavento. "Finchè avrò vita" disse il povero uomo uscendo barcollante dalla corte, "non dimenticherò mai quel terribile aspetto." Ma finalmente era per lui arrivato il giorno della vendetta. Il barcamenante passeggiava per Wapping, allorquando gli parve di conoscere il riso d'un uomo il quale faceva capolino dalla finestra d'una birreria. Non poteva ingannarsi. Aveva rasi i sopraccigli; vestiva l'abito di un marinajo di Newcastle ed era coperto di polve di carbone: ma il selvaggio occhio e la bocca di Jeffreys non erano tali da non riconoscersi. Fu dato l'allarme. In un istante la birreria fu circondata da centinaia di popolani che imprecando scuotevano i loro bastoni. Il fuggitivo Cancelliere ebbe salva la vita da una compagnia della milizia civica; e fu condotto dinanzi al Lord Gonfaloniere. Questi era uomo semplice, vissuto sempre nella oscurità, e adesso trovandosi attore importante in una grande rivoluzione, s'era sentito venire il capogiro. Gli avvenimenti delle ventiquattro ore decorse, e lo stato pericoloso della Città alle sue cure affidata, lo avevano perturbato di mente e di corpo. Allorchè il grande uomo, al cui cipiglio, pochi giorni avanti, aveva tremato l'intero Regno, fu tratto al tribunale, bruttato di ceneri, mezzo morto di spavento e seguito da una rabbiosa moltitudine, si accrebbe oltre ogni credere l'agitazione del male arrivato Gonfaloniere. Convulso e fuori di sè fu trasportato a letto, donde non sorse più. Intanto la folla di fuori cresceva sempre, e orribilmente tempestava. Jeffreys pregò d'essere menato in prigione. Si ottenne a tale effetto un ordine de' Lordi che sedevano in Whitehall; ed ei fu condotto in una carrozza alla Torre. Procedeva scortato da due reggimenti della milizia civica, i quali non senza difficoltà potevano frenare il popolo. Più volte si videro nella necessità di ordinarsi come se avessero a sostenere un assalto di cavalleria, e di presentare una selva di picche alla irrompente plebe. La quale vedendo rapirsi la vendetta teneva dietro al cocchio con urli di rabbia fino alla porta della Torre, brandendo bastoni e scuotendo capestri agli occhi del prigioniero. Lo sciagurato intanto tremava di spavento; arrostava le mani, affacciavasi con occhi stralunati ora a questo ora a quello degli sportelli, e fra il tumulto si udiva gridare: "Teneteli lontani, o signori! Per l'amore di Dio, teneteli lontani!" Infine dopo aver provate amarezze maggiori di quelle della morte, fu in sicurtà alloggiato nella fortezza, dove alcune delle sue più illustri vittime avevano passati gli estremi giorni della loro vita, e dove egli fu destinato a finire la sua con inenarrabile ignominia ed orrore(1233).
In tutto questo tempo si cercarono diligentemente i preti cattolici romani. Molti vennero arrestati. Due Vescovi, cioè Ellis e Leyburn, furono mandati a Newgate. Il Nunzio che aveva poca ragione a sperare che la moltitudine rispettasse il suo carattere sacerdotale e politico, fuggì travestito da servitore fra la gente del Ministro di Savoja(1234).
VI. Un altro giorno di agitazione e di terrore si chiuse, e fu seguito dalla più strana e terribile notte che fosse mai stata in Inghilterra. Sul far della sera la plebaglia aggredì una magnifica casa pochi mesi avanti edificata per Lord Powis, la quale nel regno di Giorgio Secondo era residenza del Duca di Newcastle, e che si vede anche oggi all'angolo tra ponente e tramontana di Lincoln's Inn Fields. Vi furono mandati alcuni soldati: la plebaglia fu dispersa, la quiete sembrava ristabilita, e i cittadini se ne tornavano in pace alle proprie case, quando sorse un bisbiglio che in un momento divenne tremendo clamore, ed in un'ora da Piccadilly giunse a Whitechapel e si sparse per tutta la metropoli. Dicevasi che gl'Irlandesi lasciati senza freno da Feversham marciavano alla volta di Londra facendo strage d'ogni uomo, donna e fanciullo che incontrassero per via. All'una ora della mattina i tamburi della milizia civica suonavano all'arme. In ogni dove le donne atterrite piangevano ed arrostavano le mani, mentre i padri e i mariti loro armavansi per uscire a combattere. Prima delle ore due la metropoli presentava un aspetto sì bellicoso che avrebbe potuto atterrire un'armata regolare. A tutte le finestre vedevansi i lumi. I luoghi pubblici risplendevano come se fosse pieno giorno. Le grandi vie erano asserragliate. Venti e più mila picche ed archibugi fiancheggiavano le strade. L'ultima alba del solstizio d'inverno trovò tutta la città ancora in armi. Pel corso di molti anni i Londrini serbarono viva ricordanza di quella ch'essi chiamavano la Notte Irlandese. Come si seppe non esservi nessuna cagione di timore, il Governo cercò studiosamente d'indagare l'origine della ciarla che aveva fatto nascere cotanta agitazione. Sembra che taluni, che avevano sembianze e vesti di contadini pur allora giunti dalla campagna, spargessero poco prima di mezza notte la nuova ne' suburbi: ma donde venissero e chi li movesse, rimase sempre un mistero. Poco dopo da molti luoghi arrivarono notizie che accrebbero maggiormente la universale perplessità. Il timore panico non aveva invaso la sola Londra. La voce che i soldati irlandesi disciolti venivano a fare scempio de' Protestanti era stata sparsa, con maligna destrezza, in molti luoghi l'uno a lunga distanza dall'altro. Gran numero di lettere, con molta arte scritte a fine di spaventare lo ignorante popolo, erano state spedite per le diligenze, i vagoni, e la posta a varie parti della Inghilterra. Tutte queste lettere giunsero a' loro indirizzi quasi nel medesimo tempo. In cento città a un'ora la plebe credè che si appressassero i barbari in armi con lo intendimento di commettere scelleratezze simili a quelle che avevano infamata la ribellione d'Ulster. A nessuno de' Protestanti si sarebbe usata misericordia. I figliuoli sarebbero stati costretti per mezzo della tortura a trucidare i loro genitori. I bambini sarebbero confitti alle picche o gettati fra le fiammeggianti rovine di quelle che pur dianzi erano felici abitazioni. Grandi turbe di popolo si raccolsero armate; in taluni luoghi cominciarono a distruggere i ponti ed asserragliare le vie: ma il concitamento presto calmossi. In molti distretti coloro che erano stati vittime di tanto inganno udirono con piacere misto di vergogna non esservi un solo soldato papista che non fosse lontano sei o sette giorni di marcia. Veramente in qualche luogo accadde che alcuna banda dispersa d'Irlandesi si mostrasse e dimandasse pane; ma non può loro attribuirsi a delitto se non si contentassero di morire di fame; e non v'è prova che commettessero alcun grave oltraggio. Certo erano meno numerosi di quel che supponevasi comunemente; e trovavansi scorati, vedendosi a un tratto privi di capitani e di vettovaglie framezzo a una potente popolazione, dalla quale erano considerati come un branco di lupi. Fra tutti i sudditi di Giacomo nessuno aveva più ragione ad esecrarlo che questi sciagurati membri della sua Chiesa e difensori del suo trono(1235).
E' cosa onorevole al carattere degl'Inglesi, che non ostante la generale avversione contro la religione cattolica romana e la razza irlandese, non ostante l'anarchia che nacque alla fuga di Giacomo, non ostante le subdole macchinazioni adoperate a inferocire la plebe, non fu commesso in quella congiuntura nessuno atroce delitto. Molte facultà, a dir vero, furono distrutte e rapite; le case di molti gentiluomini cattolici romani aggredite; giardini devastati; cervi uccisi e portati via. Alcuni venerandi avanzi della nostra architettura del medio evo serbano tuttora i segni della violenza popolare. In molti luoghi lo andare e venire liberamente per le strade era impedito da una polizia creatasi da sè, la quale fermava ogni viandante onde sincerarsi con prove se fosse papista. Il Tamigi era infestato da una torma di pirati, che sotto pretesto di cercare armi o delinquenti, mettevano sossopra ogni barca che passava; insultati e maltrattati gli uomini impopolari. Molti che tali non erano, reputaronsi fortunati di potere riscattare le persone e la roba loro donando alcune ghinee ai fanatici Protestanti, i quali senza autorità legittima s'erano fatti inquisitori. Ma in tutta cotesta confusione che durò vari giorni e si estese a molte Contee, nessuno de' Cattolici Romani perdè la vita. La plebaglia non mostrò brama di sangue, tranne nel caso di Jeffreys; e l'odio di che s'era reso segno costui poteva piuttosto chiamarsi umanità che crudeltà(1236).
Molti anni dipoi Ugo Speke affermò che la Notte Irlandese era opera sua, ch'egli aveva istigati i villani che posero in concitazione Londra, e che egli era lo autore delle lettere le quali avevano sparso lo spavento in tutta l'isola. La sua asserzione non è intrinsecamente improbabile: ma non ha altra prova tranne le parole di lui. Egli era uomo bene capace di commettere tanta scelleraggine, e anche capace di vantarsi falsamente d'averla commessa(1237).
Guglielmo era impazientemente aspettato a Londra, poichè nessuno dubitava che egli con la energia e abilità sue ristabilisse tosto l'ordine e la sicurezza pubblica. Nondimeno vi fu qualche indugio, del quale il Principe non può giustamente biasimarsi. La sua primitiva intenzione era stata di recarsi da Hungerford ad Oxford, dove, secondo che lo avevano assicurato, avrebbe avuto onorevoli e affettuose accoglienze: ma lo arrivo della deputazione partita da Guildhall lo indusse a cangiare pensiero e correre speditamente alla metropoli. Per via seppe che Feversham, obbedendo ai comandamenti del Re, aveva disciolto lo esercito, e che migliaia di soldati senza freno, e privi delle cose necessarie alla vita, erano sparse per le Contee le quali attraversa la via che mena a Londra. Gli era quindi impossibile di viaggiare con poco seguito senza grave pericolo non solo per la sua propria persona, di cui non aveva costume d'essere molto sollecito, ma anche pei grandi interessi a lui affidati. Era mestieri che egli si movesse a seconda del muoversi delle sue milizie, le quali in quei tempi non potevano procedere se non lentamente a mezzo il verno per gli stradali della Inghilterra. In cosiffatte circostanze egli perdè alquanto il suo ordinario contegno. "Con me non si deve trattare a questo modo" esclamò egli con acrimonia, "e Milord Feversham se ne avvedrà bene." Furono presi pronti e savi provvedimenti per rimediare ai mali cagionati da Giacomo. A Churchill e Grafton fu dato lo incarico di raggranellare la dispersa soldatesca e riordinarla. I soldati inglesi vennero invitati a rientrare nello esercito. Agli irlandesi fu fatto comandamento di rendere le armi sotto pena di essere trattati come banditi, ma fu loro assicurato che, obbedendo con pace, verrebbero provveduti del necessario(1238).
Gli ordini del Principe furono quasi senza ostacolo mandati ad esecuzione, tranne la resistenza che fecero i soldati irlandesi che presidiavano Tilbury. Uno di costoro appuntò una pistola contro Grafton; l'arme non prese fuoco, e lo assassino in sull'istante fu steso morto da un Inglese. Circa due cento di cotesti sciagurati stranieri coraggiosamente tentarono di ritornare alla loro patria. Impossessaronsi di un bastimento grave di un ricco carico che pur allora dalle Indie era arrivato al Tamigi, e provaronsi di avere a forza piloti a Gravesend. Ma non ne potendo trovare alcuno, furono costretti a confidare in quel poco che essi medesimi sapevano d'arte nautica. Il legno poco dopo investì contro la spiaggia, e a quei miseri dopo qualche spargimento di sangue fu forza porre giù le armi(1239).
Erano già corse cinque settimane da che Guglielmo era in Inghilterra, duranti le quali gli aveva arriso la fortuna. Egli aveva fatto bella mostra di prudenza e fermezza, e nondimeno gli avevano meno giovato queste virtù sue che l'altrui insania e pusillanimità.
Ed ora che ei sembrava vicino a conseguire il fine della sua intrapresa, sopraggiunse a sconcertargli i disegni uno di quegli strani accidenti che così spesso confondono i più studiati divisamenti della politica.
VII. La mattina del dì 13 dicembre, il popolo di Londra, non per anco riavutosi dall'agitazione della Notte Irlandese, rimase attonito alla nuova che il Re era stato fermato ed era sempre nell'isola. La nuova prese consistenza per tutto il giorno, e avanti sera fu pienamente confermata.
Giacomo aveva viaggiato mutando cavalli lungo la riva meridionale del Tamigi, e la mattina del dì 12 era giunto ad Emley Ferry presso l'isola di Sheppey, dove aspettavalo la nave sopra la quale ei doveva imbarcarsi. Vi montò sopra; ma il vento spirava forte, e il padrone non volle rischiarsi a mettere alla vela senza maggior quantità di zavorra. In tal guisa una marea andò perduta. Era quasi a mezzo il suo corso la notte allorquando la nave cominciò a muoversi. In que' giorni la nuova che il Re era scomparso, che il paese era senza governo, e Londra tutta sossopra, erasi sparsa lungo il Tamigi, e ne' luoghi dove era giunta aveva fatto nascere violenza e disordine. I rozzi pescatori della spiaggia di Kent adocchiarono con sospetto e cupidigia la nave. Corse voce che alcuni individui vestiti da gentiluomini erano frettolosamente andati in sul bordo. Forse erano Gesuiti: forse erano ricchi. Cinquanta o sessanta barcaiuoli, spinti a un tempo dall'odio contro il papismo e dalla avidità di predare, circondarono la nave quando ella era in sul punto di far vela. Fu detto ai passeggieri che bisognava andare a terra per essere esaminati da un magistrato. La figura del Re suscitò de' sospetti. "Gli è padre Petre" gridò uno di que' ribaldi "lo conosco alle sue scarne ganasce." - "Fruga cotesto vecchio gesuita, cotesto viso da galera" urlarono tutti ad una voce. Ei tosto fu segno alle ruvide spinte di coloro che lo circondavano. Gli tolsero i danari e l'oriuolo. Egli aveva addosso l'anello della incoronazione ed altre gioie di gran valore, che sfuggirono alle ricerche di que' ladri, i quali erano così ignoranti in materia di gioie che presero per pezzi di vetro i diamanti delle fibbie del Re.
In fine i prigioni furono messi a terra e condotti ad una locanda. Quivi a vederli erasi affollata molta gente; e Giacomo, quantunque fosse sfigurato da una parrucca di forma e colore diversa da quella ch'egli era uso a portare, fu a un tratto riconosciuto. Per un istante la plebaglia parve compresa di terrore; ma i capi esortandola la rianimarono; e la vista di Hales, che tutti ben conoscevano e forte odiavano, infiammò il loro furore. Il suo parco era in quelle vicinanze, e in quel momento stesso una banda di facinorosi saccheggiavano la casa e davano la caccia ai cervi di lui. La folla assicurò il Re, che non aveva intenzione di fargli alcun male, ma ricusò di lasciarlo partire. Avvenne che il Conte di Winchelsea protestante ma fervido realista, capo della famiglia Finch e prossimo parente di Nottingham, si trovasse in Canterbury. Appena seppe lo accaduto corse in fretta alla costa accompagnato da alcuni gentiluomini di Kent. Per mezzo loro il Re fu condotto a un luogo più convenevole: ma rimaneva tuttavia prigioniero. La folla non cessava di vigilare attorno alla casa dove era stato condotto; e alcuni dei capi stavansi a guardia dinanzi l'uscio della sua camera. Il suo contegno infrattanto era quello di un uomo snervato di mente e di corpo sotto il peso delle proprie sciagure. Talvolta parlava con tanta alterigia che i villani, i quali lo guardavano, sentivansi provocati ad insolenti risposte. Poi piegavasi a supplicare. "Lasciatemene andare" diceva egli "procuratemi una barca. Il Principe d'Orange mi fa la caccia per togliermi la vita. Se non mi lascerete fuggire, e' sarà troppo tardi. Il mio sangue ricadrà sulle vostre teste. Colui che non è con me, è contro me." Togliendo occasione da queste parole del Vangelo predicò per mezz'ora. Favellò stranamente sopra moltissime cose, sopra la disobbedienza de' Convittori del Collegio della Maddalena, i miracoli del Pozzo di San Venifredo, la slealtà de' preti, la virtù d'un frammento del vero legno della Santa Croce ch'egli aveva sventuratamente perduto. "E che ho mai fatto?" chiese agli scudieri di Kent che gli stavano attorno. "Ditemi il vero: qual fallo ho io mai commesso?" Coloro, ai quali egli faceva queste domande, furono tanto umani da non dargli le risposte che meritava, e stavansi con compassionevole silenzio ad ascoltare quell'insano cicaleccio(1240).
Quando pervenne alla metropoli la nuova ch'egli era stato fermato, insultato, manomesso e spogliato, e che tuttavia rimaneva nelle mani di que' brutali ribaldi, ridestaronsi molte passioni. I rigidi Anglicani, i quali poche ore innanzi avevano cominciato a credersi liberi dal debito di fedeltà verso lui, adesso scrupoleggiavano. Egli non aveva abbandonato il reame, nè abdicato. Ove egli ripigliasse la regia dignità, potrebbero essi, secondo i principii loro, ricusare di prestargli obbedienza? I veggenti uomini di stato prevedevano con rammarico che tutte le contese che per un momento la sua fuga aveva abbonacciate, tornando egli, tornerebbero a rinascere assai più virulente. Alcuni del popolo basso, comechè animati dal sentimento de' recenti torti, sentivano pietà d'un gran Principe oltraggiato da gente ribalda, e inchinavano a sperare - speranza più onorevole alla indole che al discernimento loro - che anche adesso egli si sarebbe potuto pentire delle colpe che gli avevano attirato sul capo un così tremendo castigo.
Dal momento in che si seppe il Re essere tuttavia in Inghilterra, Sancroft che fino allora era stato capo del Governo Provvisorio, si assentò dalle sedute de' Pari. Sul seggio presidenziale fu posto Halifax, il quale era allora ritornato dal quartiere generale degli Olandesi. In poche ore l'animo suo era grandemente mutato. Adesso il senso del bene pubblico e privato lo spingeva a collegarsi coi Whig. Ove candidamente si ponderino le prove fino a noi pervenute, è forza credere ch'egli accettasse l'ufficio di Commissario Regio con la sincera speranza di effettuare tra il Re e il Principe un accomodamento a convenevoli patti. Le pratiche d'accordo erano incominciate prosperamente: il Principe aveva offerto patti che il Re stesso giudicò convenevoli: il facondo e ingegnoso barcamenante lusingavasi di rendersi mediatore fra le inferocite fazioni, dettare un trattato d'accordo fra le opinioni esagerate ed avverse, assicurare le libertà e la religione della patria senza esporla ai pericoli inseparabili da un mutamento di dinastia e da una successione contrastata. Mentre compiacevasi di un pensiero così consentaneo alla indole sua, seppe d'essere stato ingannato, e adoperato come strumento a ingannare la nazione. La sua commissione ad Hungerford era stata quella d'uno stolto. Il Re non aveva mai avuto intendimento di osservare le condizioni ch'egli aveva ai Commissari ordinato di proporre. Aveva loro ordinato di dichiarare ch'egli voleva sottoporre tutte le questioni controverse al Parlamento da lui convocato; e mentre essi eseguivano il suo messaggio, aveva bruciati i decreti di convocazione, fatto sparire il Sigillo, sbandato lo esercito, sospesa l'amministrazione della giustizia, disciolto il Governo, e se n'era fuggito dalla metropoli. Halifax s'accorse oramai non essere più possibile comporre amichevolmente le cose. E' anche da sospettarsi ch'egli provasse quella molestia che è naturale ad un uomo che, godendo grande riputazione di saviezza, si trovi ingannato da una intelligenza immensurabilmente inferiore alla sua propria, e quella molestia che è naturale a chi, essendo espertissimo nell'arte del dileggio, si trovi posto in una situazione ridicola. Dalla riflessione e dal risentimento fu indotto ad abbandonare ogni pensiero di conciliazione alla quale egli aveva fino allora sempre mirato, e a farsi capo di coloro che volevano porre Guglielmo sul trono(1241).
Esiste ancora un Diario dove Halifax scrisse di propria mano tutto ciò che seguì nel Consiglio da lui preseduto(1242). Non fu trascurata precauzione alcuna creduta necessaria a prevenire gli oltraggi e i ladronecci. I Pari si assunsero la responsabilità di ordinare ai soldati, che, ove la plebaglia tumultuasse di nuovo, le facessero fuoco contro. Jeffreys fu condotto a Whitehall e interrogato affinchè rivelasse ciò che era divenuto del Gran Sigillo e dei decreti di convocazione. E pregando egli ardentemente, fu rimandato alla Torre come unico luogo dove potesse avere salva la vita. Si ritirò ringraziando e benedicendo coloro che gli avevano conceduta la protezione del carcere. Un Nobile Whig propose di porre in libertà Oates; ma la proposta venne respinta(1243).
Le faccende del giorno erano quasi sbrigate, e Halifax stava per alzarsi dal seggio, quando gli fu annunziato essere giunto un messaggiero da Sheerness. Non v'era cosa che potesse produrre più perplessità o molestia. Fare o non far nulla importava incorrere in grave responsabilità. Halifax, desiderando probabilmente acquistar tempo per comunicare col Principe, avrebbe voluto differire la sessione; ma Mulgrave pregò i Lordi a rimanere, e fece entrare il messaggiero. Questi raccontò con molte lacrime il successo, consegnò una lettera scritta di mano propria dal Re, la quale non era diretta a nessuno, ma invocava lo aiuto di tutti i buoni Inglesi(1244).
VIII. Non era possibile porre in non cale un simigliante appello. I Lordi ordinarono a Feversham corresse con una compagnia di Guardie del Corpo al luogo dove il Re era arrestato e gli desse libertà.
Già Middleton ed altri pochi aderenti di Giacomo s'erano partiti per soccorrere il loro sventurato signore. Lo trovarono tenuto in istretta prigionia, sì che non fu loro concesso di essere introdotti al cospetto di lui senza aver prima consegnate le spade. Il concorso del popolo era immenso. Taluni gentiluomini Whig di quelle vicinanze avevano condotto un numeroso corpo di milizie civiche per guardarlo. Avevano erroneamente pensato che ritenendolo prigioniero si acquisterebbero la grazia de' suoi nemici, e rimasero grandemente conturbati allorchè seppero che il Governo Provvisorio di Londra aveva disapprovato il modo onde il Re era stato trattato, e che era presso a giungere una squadra di cavalleria per liberarlo. Difatti Feversham non indugiò ad arrivare. Aveva lasciate le sue truppe in Sittingbourne; ma non vi fu mestieri adoperare la forza. Il Re fu lasciato partire senza ostacolo, e venne da' suoi amici condotto a Rochester, dove prese un poco di riposo di cui aveva sommo bisogno. Era in istato da fare pietà. Non solo aveva onninamente perturbato lo intendimento, che per altro non era stato mai lucidissimo, ma quel coraggio, ch'egli da giovane aveva mostrato in varie battaglie di mare e di terra, lo aveva abbandonato. E' pare che le ruvide fatiche corporali da lui adesso per la prima volta sostenute, lo prostrassero più che ogni altro evento della travagliata sua vita. La diserzione del suo esercito, de' suoi bene affetti, della sua famiglia, lo toccava meno delle indegnità patite quando ei venne arrestato in su la nave. La ricordanza di tali indegnità seguitò lungo tempo a invelenirgli il cuore, e una volta fece cose da muovere a scherno tutta la Europa. Nel quarto anno del suo esilio tentò di sedurre i propri sudditi offrendo loro un'amnistia. Vi si conteneva una lunga lista d'eccezioni, e in essa i poveri pescatori che gli avevano sgarbatamente frugate le tasche erano notati accanto ai nomi di Churchill e di Danby. Da ciò possiamo giudicare quanto amaramente ei sentisse l'oltraggio pur dianzi sofferto(1245).  Nulladimeno, ove egli avesse avuto un poco di buon senso, si sarebbe accorto che coloro i quali lo avevano arrestato, gli avevano, senza saperlo, reso un gran servigio. Gli eventi successi dopo la sua assenza dalla metropoli lo avrebbero dovuto convincere che, qualora gli fosse riuscito fuggire, non sarebbe più mai ritornato. A suo dispetto era stato salvato dal precipizio. Gli rimaneva un'altra sola speranza. Per quanto gravi fossero i suoi delitti, detronizzarlo mentre ei rimaneva nel Regno e mostravasi pronto ad assentire ai patti che gl'imporrebbe un libero Parlamento, sarebbe stato pressochè impossibile.
Per breve tempo egli parve propenso a rimanere. Spedì Feversham da Rochester con una lettera a Guglielmo. La sostanza della quale era che Sua Maestà già s'era messo in cammino per ritornare a Whitehall, che desiderava avere un colloquio col Principe, e che il palazzo di San Giacomo sarebbe apparecchiato per Sua Altezza(1246).
IX. Guglielmo era in Windsor. Aveva con profondo rincrescimento saputi i fatti successi nella costa di Kent. Poco avanti che gliene giungesse la nuova, coloro che gli stavano da presso avevano notato ch'egli era d'insolito buon umore. Ed aveva ragione di star lieto. Vedevasi dinanzi lo sguardo un trono vacante; parea che tutti i partiti a una voce lo invitassero a salirvi. In un baleno la scena cangiossi: l'abdicazione non era consumata; molti de' suoi stessi fautori avrebbero scrupoleggiato a deporre un Re che rimanesse fra loro, gl'invitasse ad esporre le loro doglianze in modo parlamentare, e promettesse piena giustizia. Era uopo che il Principe esaminasse le nuove condizioni in cui si trovava, e si appigliasse a nuovo partito. Non vedeva alcuna via alla quale non si potesse nulla obbiettare, nessuna via che lo ponesse in una situazione vantaggiosa al pari di quella dove egli era poche ore innanzi. Nondimeno qualche cosa poteva farsi. Il primo tentativo fatto dal Re per fuggire non era riuscito: era sommamente da desiderarsi ch'egli si ponesse di nuovo alla prova con migliore successo. Bisognava impaurirlo e sedurlo. La liberalità usatagli nelle pratiche d'accordo fatte in Hungerford, liberalità alla quale egli aveva risposto rompendo la fede, adesso sarebbe intempestiva. Bisognava non proporgli patti nessuni d'accomodamento; e proponendone egli, rispondergli con freddezza; non usargli violenza, e neanche minacce; e nondimeno non era impossibile, anco senza siffatti mezzi, rendere un uomo cotanto pusillanime, inquieto della propria salvezza. E allora, posto di nuovo l'animo nel solo pensiero della fuga, era d'uopo facilitargliela, e procurare che qualche zelante stoltamente non lo arrestasse una seconda volta.
X. Tale era il concetto di Guglielmo: e la destrezza e fermezza con che lo mandò ad esecuzione offre uno strano contrasto con la demenza e codardia dell'uomo con cui egli aveva da fare. Tosto gli si presentò il destro d'iniziare un sistema d'intimidazione. Feversham giunse a Windsor portatore della lettera di Giacomo. Il messaggiero non era stato giudiciosamente scelto. Egli era quel desso che aveva disciolto lo esercito regio. A lui principalmente imputavano la confusione e il terrore della Notte Irlandese. Il pubblico ad alta voce lo biasimava. Guglielmo, provocato, aveva profferito poche parole di minaccia; e poche parole di minaccia uscite dalle labbra di Guglielmo sempre significavano qualcosa. A Feversham fu detto mostrasse il salvocondotto. Non ne aveva. Venendo senza esso framezzo a un campo ostile, secondo le leggi della guerra, s'era reso meritevol d'essere trattato con estrema severità. Guglielmo non volle vederlo, e comandò che venisse arrestato(1247). Zulestein fu tostamente spedito a riferire a Giacomo che Guglielmo non consentiva il proposto colloquio, e desiderava che la Maestà Sua rimanesse in Rochester.
Ma non era più tempo. Giacomo era già in Londra. Aveva esitato circa al viaggio, e una volta si era nuovamente provato a fuggire dall'isola. Ma infine cedè alle esortazioni degli amici ch'erano più savi di lui, e partì alla volta di Whitehall. Vi arrivò il pomeriggio di domenica, 16 dicembre. Temeva che la plebe, la quale nella sua assenza aveva dato tanti segni della avversione che sentiva contro il Papismo, gli facesse qualche affronto. Ma la stessa violenza dell'ira popolare erasi calmata; la tempesta abbonacciata. Gaiezza e compassione avevano succeduto al furore. Nessuno mostravasi inchinevole a insultare il Re; qualche acclamazione fu udita mentre il suo cocchio traversava la Città. Le campane di alcune chiese suonarono a festa; furono accesi pochi fuochi di gioia a onorare il suo ritorno(1248). La sua debole mente pur dianzi oppressa dallo scoraggiamento dette in istravaganze a cotesti inattesi segni di bontà e compassione mostrati dal popolo. Giacomo entrò rinfrancato nel proprio palazzo, il quale subitamente riprese il suo antico aspetto. I preti cattolici romani, che ne' decorsi giorni s'erano frettolosamente nascosti ne' sotterranei e nelle soffitte per scansare il furore della plebe, uscirono dai loro luridi nascondigli chiedendo i loro antichi appartamenti in palazzo. Un Gesuita recitava il rendimento di grazie alla mensa del Re. Il vernacolo irlandese, allora il più odioso di tutti i suoni alle orecchie inglesi, udivasi per tutti i cortili e le sale. Il Re stesso aveva ripresa la sua vecchia alterigia. Tenne un Consiglio - l'ultimo de' suoi Consigli - ed anche negli estremi cui era ridotto convocò individui privi de' requisiti legali ad intervenirvi. Si mostrò gravemente indignato contro quei Lordi, che nella sua assenza avevano osato assumere il governo dello Stato. Era loro dovere lasciare che la società si dissolvesse, le case degli Ambasciatori venissero distrutte, Londra arsa, più presto che assumere le funzioni ch'egli aveva creduto giusto abbandonare. Fra coloro che ei così gravemente riprendeva, erano alcuni Nobili e Prelati, i quali a dispetto di tutti i suoi errori gli erano rimasti costantemente fedeli, e anche dopo questa altra provocazione non seppero, per timore o speranza, indursi a prestare obbedienza ad altro sovrano(1249).  Ma tale coraggio presto gli venne meno. Era egli appena entrato in palazzo allorquando gli fu detto che Zulestein era pur giunto messaggiero del Principe. Zulestein espose la fredda e severa ambasciata di Guglielmo. Il Re insisteva per avere un colloquio col nepote. "Non mi sarei partito da Rochester" disse egli "se avessi saputo tale essere il suo volere: ma da che qui mi ritrovo, spero ch'ei voglia venire al palazzo di San Giacomo." - "Debbo dire chiaramente alla Maestà Vostra" rispose Zulestein "che Sua Altezza non verrà a Londra finchè vi rimarranno soldati che non siano sotto gli ordini suoi." Il Re confuso a siffatta risposta, ammutolì. Zulestein andonne via; e tosto entrò in camera un gentiluomo recando la nuova dello arresto di Feversham(1250). Giacomo ne rimase grandemente conturbato. Pure la rimembranza de' plausi con che era pur dianzi stato accolto, gli confortava l'animo. Gli sorse in cuore una stolta speranza. Pensò che Londra, la quale da tanto tempo era stata il baluardo della religione protestante e delle opinioni Whig, fosse pronta a prendere le armi in difesa di lui. Mandò a chiedere al Municipio, se s'impegnerebbe a difenderlo contro il Principe, qualora Giacomo si recasse ad abitare nella Città. Ma il Municipio, che non aveva posto in oblio la confisca de' suoi privilegi e lo assassinio giuridico di Cornish, ricusò di dare la promessa richiesta. Allora il Re si sentì nuovamente scorato. In qual luogo, diceva egli, troverebbe protezione? Valeva lo stesso essere circondato dalle truppe olandesi che dalle sue Guardie del Corpo. Quanto ai cittadini, adesso egli comprese quanto valessero i plausi e le luminarie. Altro partito non gli rimaneva che fuggire; e nondimeno vedeva bene che nessuna cosa potevano tanto desiderare i suoi nemici, quanto la sua fuga(1251).
XI. Mentre egli siffattamente trepidava, in Windsor deliberavasi intorno al suo fato. Adesso la corte di Guglielmo era strabocchevolmente affollata di uomini illustri di tutti i partiti. V'erano giunti la più parte de' capi della insurrezione delle contrade settentrionali. Vari Lordi, i quali nell'anarchia de' giorni precedenti si erano costituiti da sè in Governo provvisorio, appena ritornato il Re, lasciata Londra, se n'erano andati al quartier generale. Fra loro era anco Halifax. Guglielmo lo aveva accolto con gran satisfazione, ma non aveva potuto frenare un ironico sorriso vedendo lo ingegnoso e compito uomo politico, il quale aveva ambito a farsi arbitro in quella grande contesa, essere costretto ad abbandonare ogni via di mezzo e prendere un partito deciso. Fra coloro che in questa congiuntura arrivarono a Windsor erano alcuni che avevano con ignominiosi servigi comperata la grazia di Giacomo, e adesso erano bramosi di scontare, tradendo il loro signore, il delitto d'avere tradita la patria. Tale era Titus, che aveva seduto in Consiglio in onta alle leggi, e s'era affaticato a stringere i puritani co' Gesuiti in una lega contro la costituzione. Tale era Williams, il quale, per cupidigia di guadagno, di demagogo s'era fatto campione della regia prerogativa, e adesso era prontissimo a commettere una seconda apostasia. Il Principe con giusto dispregio lasciò che cotesti uomini si stessero vanamente aspettando un'udienza alla porta del suo appartamento(1252).
Il lunedì, 17 dicembre, tutti i Pari che erano in Windsor furono convocati a una solenne consulta da tenersi nel castello. Il subietto delle loro deliberazioni era ciò che fosse da farsi del Re: Guglielmo non reputò savio partito trovarsi presente alla discussione. Ei si ritirò; ed Halifax fu posto sul seggio presidenziale. I Lordi concordavano in una cosa sola, cioè non doversi permettere che il Re rimanesse dove era. Unanimemente estimavano dannoso che l'un principe si fortificasse in Whitehall, e l'altro nel palazzo di San Giacomo, e che vi fossero due guarnigioni nemiche in uno spazio di cento acri. Un tale provvedimento non poteva mancare di far nascere sospetti, insulti, e battibecchi che finirebbero forse col sangue. Per le quali ragioni i Lordi ingannati crederono necessario mandar via Giacomo di Londra. Proposero qual luogo convenevole Ham, che Lauderdale lungo la riva del Tamigi aveva edificato con le ricchezze rubate in Iscozia e con la pecunia datagli dalla Francia a corromperlo, e che era considerato come la più magnifica delle ville. I Lordi, venuti a tale conclusione, invitarono il Principe a recarsi fra loro. Halifax gli comunicò la deliberazione. Guglielmo approvò. Fu scritto un breve messaggio da spedirsi al Re. "E per chi glielo manderemo?" domandò Guglielmo. "Non dovrebbe essergli recato" disse Halifax "da uno degli ufficiali di Vostra Altezza?" - "No, milord," rispose il principe; "con vostra licenza, il messaggio è spedito per consiglio delle Signorie Vostre; dovrebbe quindi recarglielo alcuno di voi." Allora senza far sosta, onde non si desse luogo a rimostranze, ei nominò messaggieri Halifax, Shrewsbury e Delamere(1253).
Sembra che la deliberazione de' Lordi fosse unanime. Ma nell'assemblea erano alcuni, che non approvavano affatto il provvedimento ch'essi affettavano di approvare, e che desideravano vedere usata verso il Re una severità che non rischiavansi a manifestare. E' cosa notevole che capo di questo partito era un Pari, già stato Tory esagerato, che poscia non volle prestare giuramento a Guglielmo: questo Pari era Clarendon. La rapidità onde in cotesta crisi ei passò da uno all'altro estremo, parrebbe incredibile a coloro che vivono in tempi di pace, ma non ne maraviglieranno coloro i quali hanno avuto occasione di osservare il corso delle rivoluzioni. Si avvide che l'asprezza con cui egli al regio cospetto aveva censurato lo intero sistema del governo, aveva mortalmente offeso il suo antico signore. Dall'altra parte, come zio delle Principesse, poteva sperare d'ingrandirsi e arricchire nel nuovo ordine di cose che già s'iniziava. La colonia inglese in Irlanda lo teneva come amico e patrono; ed ei pensava che assai parte della propria importanza riposava sulla fiducia e lo affetto di quella. A tali considerazioni cederono i principii da lui con tanta ostentazione per tutta la sua vita professati. Si recò dunque alle secrete stanze del Principe e gli appresentò il pericolo di lasciare il Re in libertà. I protestanti d'Irlanda essere in estremo periglio. Uno solo il mezzo ad assicurare loro la roba e la vita, tenere, cioè, Sua Maestà in istretta prigionia. Non essere prudente rinchiuderlo in uno de' castelli della Inghilterra: ma potersi mandarlo di là dal mare e chiuderlo nella fortezza di Breda finchè fossero pienamente ricomposte le cose delle Isole Britanniche. Se tanto ostaggio rimanesse nelle mani del Principe, Tyrconnel probabilmente porrebbe giù la spada del comando, e senza strepito la preponderanza inglese verrebbe ristabilita in Irlanda. Se dall'altro canto Giacomo fuggisse in Francia, e si mostrasse a Dublino accompagnato da un esercito straniero, ne nascerebbero gli effetti più disastrosi. Guglielmo riconobbe la gravità di cotesti ragionamenti: ma ciò non poteva farsi. Ei conosceva l'indole di sua moglie, e sapeva bene ch'ella non avrebbe mai consentito. E veramente non sarebbe stata per lui onorevole cosa trattare con tanto rigore il vinto suocero. Nè poteva affermarsi come certo la generosità non essere la più sana politica. Chi avrebbe potuto prevedere lo effetto che la severità suggerita da Clarendon produrrebbe nella opinione pubblica della Inghilterra? Era forse impossibile che quello entusiasmo di lealtà, che il Re aveva prostrato con la propria malvagia condotta, risorgesse appena si sapesse egli essere entro le mura di una fortezza straniera? Per queste ragioni Guglielmo si tenne fermissimo a non privare della libertà il proprio suocero; e non è dubbio che ciò fosse savio partito(1254).
Giacomo, mentre si discuteva intorno alla sua sorte, rimase in Whitehall, affascinato, a quanto sembra, dalla grandezza e imminenza del pericolo, e inetto a lottare o a fuggire. La sera giunse la nuova che gli Olandesi avevano occupato Chelsea e Kensington. Il Re nondimeno si apparecchiò a riposarsi secondo il consueto. Le guardie dette Coldstream erano di servizio in palazzo. Le comandava Guglielmo Conte di Craven, uomo vecchio, che cinquanta e più anni prima si era reso famoso nelle armi e negli amori, aveva sostenuto a Creutznach con tanto coraggio la disperata battaglia, che vuolsi il gran Gustavo battendogli la spalla gli dicesse: Bravo! - e credevasi che sopra mille rivali avesse conquistato il cuore della sventurata Regina di Boemia. Craven adesso aveva ottant'anni, ma il suo spirito non era per anche domo dal tempo(1255).
XII. Erano battute le ore dieci allorquando gli fu annunziato che tre battaglioni di fanteria del Principe con alcune legioni di cavalleria venivano giù pel lungo viale del Parco di San Giacomo con micce accese, e prontissimi ad agire. Il Conte Solmes che comandava gli stranieri disse avere ordine d'impossessarsi(1256) militarmente dei posti attorno a Whitehall, ed esortò Craven a ritirarsi in pace. Craven giurò di lasciarsi piuttosto tagliare a pezzi: ma come il Re, che stavasi spogliando, seppe ciò che seguiva, vietò al valoroso veterano di fare una resistenza che non poteva essere che vana. Verso le ore undici le guardie Coldstream s'erano ritirate, e a guardia di ogni angolo del palazzo vedevansi le sentinelle olandesi. Alcuni de' servitori del Re chiesero se sarebbesi rischiato a dormire circondato dagl'inimici. Rispose che essi non potevano trattarlo peggio di quel che avevano fatto i suoi propri sudditi, e con l'apatia di un uomo istupidito dalle sciagure andossene a letto e si pose a dormire(1257).
XIII. Appena erasi fatto silenzio in palazzo quando esso fu nuovamente interrotto. Poco dopo mezzanotte i tre Lordi giunsero da Windsor. Middleton fu chiamato a riceverli. Gli dissero ch'erano portatori d'un messaggio che non poteva differirsi. Il Re fu destato dal suo primo sonno; ed essi furono introdotti nella sua camera da letto. Gli posero nelle mani la lettera loro affidata, e gli dissero che il Principe tra poche ore arriverebbe a Westminster, e che Sua Maestà farebbe bene a partire per Ham avanti le ore dieci della mattina. Giacomo fece qualche obiezione. Disse non piacergli Ham, essere luogo gradevole in estate, ma freddo e privo di comodi a Natale; oltre di che era senza mobilia. Halifax rispose che sull'istante verrebbe ammobiliato. I tre messaggieri ritiraronsi, ma furono subitamente seguiti da Middleton, il quale disse loro che il Re preferirebbe Rochester ad Ham. Risposero non avere potestà di consentire al desiderio della Maestà Sua, ma manderebbero tosto un messo al Principe, il quale quella notte doveva alloggiare in Sion House. Il messo partì immediatamente, e tornò innanzi l'alba recando il consenso di Guglielmo; il quale lo diede di gran cuore: imperciocchè non era dubbio che il Re avesse scelto Rochester come luogo che offriva agevolezza a fuggire, e ch'egli fuggisse era ciò che desiderava il suo genero(1258).
XIV. La mattina del dì 18 dicembre, giorno di pioggia e di procella, il bargio del Re a buon'ora aspettava dinanzi le scale di Whitehall, ed era circondato da otto o dieci barche ripiene di soldati olandesi. Vari Nobili e gentiluomini accompagnarono il Re fino alla riva. Dicesi, e può ben credersi, che piangessero: imperciocchè anche i più zelanti amici della libertà non potevano vedere senza commuoversi la trista e ignominiosa fine d'una dinastia che avrebbe potuto essere sì grande. Shrewsbury fece quanto più potè per consolare il caduto Sovrano. Perfino l'aspro ed esagerato Delamere era intenerito. Ma fu notato che Halifax, che aveva sempre mostrata tenerezza verso i vinti, in quel caso era meno compassionevole de' suoi due colleghi. Aveva tuttavia l'anima invelenita dalla rimembranza d'essere stato spedito ambasciatore da scherno a Hungerford(1259).
Mentre il bargio reale lentamente procedeva su per le agitate onde del fiume, lo esercito del Principe dall'occidente veniva arrivando a Londra. Era stato saviamente ordinato che il servigio della metropoli fosse fatto dai soldati britannici al soldo degli Stati Generali. I tre reggimenti inglesi furono acquartierati dentro e attorno alla Torre, i tre scozzesi in Southwark(1260).
XV. Malgrado il cattivo tempo una gran folla di popolo s'era raccolta fra Albemarle House e il palazzo di San Giacomo per plaudire al Principe. Tutti i cappelli e i bastoni erano ornati d'un nastro colore di melarancia. Le campane suonavano per tutta Londra. Le finestre erano tutte piene di candele per la luminara. Nelle strade vedevansi cataste di legna e fascine per accendere fuochi di gioia. Guglielmo nondimeno cui non garbava lo affollarsi e il rumoreggiare della gente, passò traverso al Parco. Avanti notte giunse al palazzo di San Giacomo in un cocchio leggiero, accompagnato da Schomberg. In breve tutte le stanze e le scale del palazzo furono popolate da coloro che erano accorsi a corteggiarlo. E la folla era tanta, che personaggi d'altissimo grado non poterono penetrare nella sala dove stavasi il Principe(1261).
Mentre Westminster era in cotesto concitamento, il Municipio in Guildhall apparecchiava un indirizzo di ringraziamenti e congratulazioni. Il Lord Gonfaloniere non potè presedere. Non aveva mai più alzato il capo da letto sino dal giorno in cui il Cancelliere travestito da carbonaio era stato trascinato alla sala della giustizia. Ma gli Aldermanni e gli altri ufficiali del corpo municipale erano ai loro posti. Il dì seguente i magistrati della città recaronsi solennemente a complire il liberatore. La gratitudine loro fu con eloquenti parole espressa dal cancelliere Sir Giorgio Treby. Disse che alcuni Principi della Casa di Nassau erano stati principali ufficiali d'una grande repubblica. Altri avevano portata la corona imperiale. Ma il titolo peculiare di questa illustre famiglia alla pubblica venerazione era che Dio l'aveva eletta e consacrata all'alto ufficio di difendere il vero e la libertà contro i tiranni di generazione in generazione. Il dì stesso tutti i prelati che trovavansi in città, tranne Sancroft, andarono in corpo al cospetto del Principe; quindi il clero di Londra, cioè gli uomini più cospicui del ceto ecclesiastico per dottrina, facondia e influenza, aventi a capo il loro Vescovo. Erano fra loro alcuni illustri ministri dissenzienti, i quali Compton, a suo sommo onore, trattò con segnalata cortesia. Pochi mesi avanti o dopo, simigliante cortesia sarebbe stata da molti anglicani considerata come tradigione verso la Chiesa. Anche allora un occhio veggente poteva bene accorgersi che la tregua, alla quale le sètte protestanti erano state costrette, non sarebbe lungamente sopravvissuta al pericolo che l'aveva fatta nascere. Circa cento teologi non conformisti, residenti nella capitale, presentarono un indirizzo a parte. Furono introdotti da Devonshire ed accolti con ogni segno di gentilezza e rispetto. Il ceto legale andò anch'esso a fare omaggio; lo conduceva Maynard, il quale a novanta anni d'età era forte di mente e di corpo come quando in Westminster Hall sorse accusatore di Strafford. "Signore Avvocato" disse il Principe "voi dovete avere sopravvissuto a tutti i legali vostri coetanei." - "Sì, Altezza," rispose il vegliardo "e se non venivate voi sopravvivevo anco alle leggi(1262)."
Ma comechè gl'indirizzi fossero molti e pieni di elogi, le acclamazioni alte, le illuminazioni splendide, il palazzo di San Giacomo troppo angusto per la folla de' corteggiatori, i teatri ogni notte dalla platea al soffitto adorni di nastri colore di melarancia, Guglielmo sentiva che le difficoltà della sua intrapresa cominciavano allora. Aveva rovesciato un Governo, ma adesso doveva compiere l'assai più difficile lavoro di ricostruirne un altro. Da quando sbarcò a Torbay finchè giunse a Londra, aveva esercitata l'autorità, che per le leggi della guerra, riconosciute da tutto il mondo incivilito, appartiene al comandante d'un esercito nel campo. Adesso era necessario mutare il suo carattere di generale in quello di magistrato; e questa non era agevole impresa. Un solo passo falso poteva esser fatale; ed era impossibile fare un solo passo senza offendere pregiudicii e svegliare acri passioni.
XVI. Alcuni de' consiglieri del Principe lo incitavano a prendere a un tratto la corona per diritto di conquista; e poi in qualità di Re spedire muniti del proprio Gran Sigillo i decreti a convocare il Parlamento. Molti insigni giureconsulti lo confortavano ad appigliarsi a tale partito, dicendo essere quella la via più breve di giungere dove, andandovi altrimenti, s'incontrerebbero innumerevoli ostacoli e contese. Ciò era strettamente conforme al felice esempio dato da Enrico Settimo dopo la battaglia di Bosworth. Farebbe ad un tempo cessare gli scrupoli che molti spettabili uomini sentivano quanto alla legalità di trasferire il giuramento di fedeltà da un sovrano ad un altro. Nè la legge civile nè quella della Chiesa Anglicana riconoscevano ne' sudditi il diritto di detronizzare il Sovrano. Ma nessun giureconsulto, nessun teologo negò mai che una nazione vinta in guerra, potesse senza peccato sobbarcarsi al volere del Dio degli eserciti. Difatti dopo la conquista caldea, i più pii e patriottici degli Ebrei non crederono di mancare al proprio debito verso il Re loro, servendo lealmente il nuovo signore dato loro dalla Provvidenza. I tre confessori, che erano rimasti miracolosamente illesi nell'ardente fornace, tennero altri uffici nella provincia di Babilonia. Daniele fu ministro dello Assiro che soggiogò Giuda, e del Persiano che soggiogò l'Assiria. Che anzi lo stesso Gesù, il quale secondo la carne era Principe della Casa di David, comandando ai suoi concittadini di pagare il tributo a Cesare, aveva voluto significare che la conquista straniera annulla il diritto ereditario ed è titolo legittimo di dominio. Era quindi probabile che un gran numero di Tory, quantunque non potessero con sicura coscienza eleggersi un Re, accetterebbero senza esitazione quello che gli eventi della guerra avevano dato loro(1263).
Dall'altra parte, nondimeno, v'erano ragioni di grave momento. Il Principe non poteva pretendere d'avere guadagnata la corona con la propria spada senza bruttamente rompere la fede data. Nel suo Manifesto aveva protestato contro ogni pensiero di conquistare la Inghilterra; aveva asserito che coloro i quali gli attribuivano siffatto disegno, calunniavano iniquamente non solo lui, ma tutti quei Nobili e gentiluomini patriotti che lo avevano invitato; che le forze da lui condotte erano evidentemente inadeguate(1264) ad una impresa così ardua; e che era fermamente deliberato di portare innanzi a un libero Parlamento tutte le pubbliche doglianze e le sue proprie pretese. Non era equo nè saggio ch'ei per qualsiasi cosa terrena rompesse la sua parola solennemente impegnata al cospetto di tutta la Europa. Nè era certo che, chiamandosi conquistatore, chetasse quegli scrupoli onde i rigidi Anglicani ripugnavano a riconoscerlo Re. Imperocchè, in qualunque modo egli si chiamasse, tutto il mondo sapeva ch'egli non era vero conquistatore. Era manifestamente un'aperta finzione il dire che questo gran Regno, con una potente flotta in mare, con un esercito stanziale di quarantamila uomini, e con una milizia civica di centotrentamila uomini, fosse stato, senza un solo assedio o una sola battaglia, ridotto a condizione di provincia da quindicimila invasori. Non era verosimile che cosiffatta finzione rasserenasse le coscienze realmente scrupolose, mentre non mancherebbe di ferire l'orgoglio nazionale ormai cotanto sensitivo e irritabile. I soldati inglesi erano in tali umori che richiedevano d'essere con somma accortezza governati. Sentivano che nella recente campagna non avevano sostenuta una onorevolissima parte. I capitani e i soldati comuni erano al pari impazienti di provare che non avevano per difetto di coraggio ceduto a forze inferiori. Taluni officiali olandesi erano stati tanto indiscreti da vantarsi, col bicchiere in mano dentro una taverna, d'avere rinculata l'armata regia. Questo insulto aveva fra le truppe inglesi suscitato un fermento, che ove non vi si fosse prontamente immischiato Guglielmo, sarebbe forse finito in una terribile strage(1265). Quale, in tali circostanze, poteva essere lo effetto di un proclama che avesse annunziato il comandante degli stranieri considerare l'isola intera come legittima preda di guerra?
Era anche da ricordarsi che, pubblicando un simigliante proclama, il Principe avrebbe a un tratto abrogati tutti quei diritti de' quali egli s'era dichiarato campione: perocchè l'autorità di un conquistatore straniero non è circoscritta dalle costumanze e dagli statuti della nazione conquistata, ma è in sè stessa dispotica. E quindi Guglielmo o non poteva dichiararsi Re, o poteva dichiarare nulle la Magna Charta e la Petizione dei Diritti, abolire il processo dinanzi ai Giurati, e imporre tasse senza il consenso del Parlamento. Poteva, a dir vero, ristabilire l'antica costituzione del reame. Ma, ciò facendo, era provvedimento arbitrario. Quinci innanzi la libertà dell'Inghilterra verrebbe fruita dai cittadini con umiliante possesso; nè sarebbe, quale era stata fino allora, un'antichissima eredità, ma un dono recente che il generoso signore, da cui era stato ai suoi sudditi impartito, poteva ripigliare a suo talento.
XVII. Guglielmo adunque dirittamente e con prudenza fece pensiero d'osservare le promesse contenute nel suo Manifesto, e lasciare alle Camere l'ufficio di riordinare il governo. Con tanto studio egli schivò tutto ciò che potesse sembrare usurpazione, che non volle, senza una qualche sembianza d'autorità parlamentare, avventurarsi a convocare gli Stati del Regno, o dirigere il potere esecutivo nel tempo in cui si facevano le elezioni. Nello Stato non v'era autorità strettamente parlamentare: ma potevasi in poche ore mettere insieme una assemblea alla quale la nazione portasse gran parte della riverenza dovuta a un Parlamento. Poteva formarsi una Camera de' numerosi Lordi spirituali e secolari che allora si trovavano in Londra, e l'altra degli antichi membri della Camera de' Comuni e de' Magistrati della Città. Tale disegno era ingegnoso e venne prontamente mandato ad effetto. Fu intimato ai Pari di trovarsi pel dì 21 dicembre al Palazzo di San Giacomo. Vi accorsero circa settanta. Il Principe gli esortò considerassero le condizioni del paese, e presentassero a lui il resultato delle loro deliberazioni. Poco dopo comparve un annunzio, col quale invitavansi tutti i gentiluomini che erano stati membri della Camera de' Comuni sotto il regno di Carlo Secondo, a presentarsi a Sua Altezza la mattina del dì 26. Furono anche chiamati gli Aldermanni di Londra, e al Municipio fu richiesto di mandare una deputazione(1266).
Taluni hanno spesso richiesto, in tono di rimprovero, il perchè lo invito non fu mandato anche ai membri del Parlamento che l'anno precedente era stato disciolto. La risposta è chiara. Uno de' precipui aggravi de' quali la nazione querelavasi era il modo onde era stato eletto quel Parlamento. La maggior parte de' rappresentanti i borghi erano stati eletti da collegi elettorali ordinati in un modo che veniva universalmente considerato illegale, ed era stato biasimato dal Principe nel suo Manifesto. Lo stesso Giacomo, poco innanzi la sua caduta, aveva assentito a rendere a' Municipi le antiche franchigie. Guglielmo adunque sarebbe stato incoerentissimo a sè stesso, qualora, dopo d'avere prese le armi col fine di ricuperare i ritolti privilegi municipali, avesse riconosciuto come legittimi rappresentanti delle città d'Inghilterra individui eletti in onta a quei privilegi.
Sabato, il dì 22, i Lordi ragunaronsi nella consueta sala. Spesero quel giorno a stabilire il modo di procedere. Elessero un segretario; e non potendosi avere fiducia di nessuno de' dodici giudici, invitarono alcuni de' più reputati avvocati per giovarsi del loro consiglio nelle questioni legali. Deliberarono che nel prossimo lunedì lo stato del Regno verrebbe preso in considerazione(1267).
Lo intervallo fra la tornata del sabato e quella del lunedì fu tempo d'ansietà e pieno d'avvenimenti. Un forte partito fra' Pari vagheggiava tuttavia la speranza che la Costituzione e la religione del Regno si potessero assicurare senza deporre il Re dal trono. Costoro determinarono di mandargli un indirizzo supplicandolo consentisse termini tali da far cessare il malcontento e i timori suscitati dalla sua passata condotta. Sancroft, il quale, dopo il ritorno del Re da Kent a Whitehall, non s'era più immischiato ne' pubblici affari, in questa occasione uscì fuori del suo ritiro onde porsi a capo dei realisti. Parecchi messaggieri furono spediti a Rochester con lettere pel Re. Lo assicuravano che i suoi interessi sarebbero strenuamente difesi, solo ch'egli in questo estremo momento si persuadesse a rinunziare ai disegni cotanto dal suo popolo aborriti. Alcuni spettabili Cattolici Romani gli tennero dietro onde scongiurarlo, per amore della comune religione, non si ostinasse in una vana contesa(1268).
Il consiglio era salutare; ma Giacomo non era in condizione da seguirlo. Comunque avesse avuto sempre debole e tardo intendimento, le donnesche paure e le puerili fantasie che gli agitavano l'anima, glielo rendevano affatto inutile. Accorgevasi bene la sua fuga essere la cosa che sopra tutto temevano gli amici e desideravano gl'inimici suoi. E quando anco avesse corso pericolo di vita a rimanere, l'occasione era tale ch'egli avrebbe dovuto reputare infame il ritirarsi: imperocchè(1269)  trattavasi di sapere se egli e i posteri suoi dovessero regnare assisi sul trono avito, o andare raminghi ed accattando in terra straniera. Ma nell'anima sua ogni altro sentimento aveva ceduto al vigliacco timore di perdere la vita. Alle calde preghiere e alle incontrastabili ragioni degli agenti mandati a Rochester dagli amici suoi, egli dava una sola risposta: la sua testa essere in pericolo. Invano gli assicuravano tale sospetto essere privo di fondamento; il buon senso, ove non fosse la virtù, dovere dissuadere il Principe d'Orange dalla colpa e vergogna del regicidio e del parricidio, e molti, i quali non consentirebbero a detronizzare il loro Sovrano mentre rimaneva nell'isola, reputarsi per la sua diserzione sciolti dal loro debito di fedeltà. Ma la paura vinse ogni altro sentimento. Giacomo risolvè di partirsi; e gli era agevole farlo. Era trascuratamente guardato: tutti avevano a lui libero accesso; navi pronte a far vela trovavansi poco da lui distanti, e le barche potevano spingersi fino al giardino della casa dove egli alloggiava. Se fosse stato savio, le cure che davansi i suoi custodi a facilitargli la fuga, sarebbero state sufficienti(1270) a convincerlo ch'egli avrebbe dovuto rimanere colà dove era. E veramente la rete era così apertamente tesa da non ingannare altri che uno stolto reso insano dal terrore.
XVIII. Il Re sollecitamente apparecchiò tutto per eseguire il proprio disegno. La sera del sabato 22 assicurò alcuni de' gentiluomini, i quali erano stati spediti da Londra portatori di nuove e di consigli, che li avrebbe veduti la dimane. Andonne a letto, levossi sul cadere della notte, e accompagnato da Berwick per un uscio secreto scese, e andò, traversando il giardino, alla spiaggia del Medway. Una piccola gondola stavasi ad aspettarlo. La domenica all'alba i fuggenti erano sopra una barca da pescare che scendeva giù pel Tamigi(1271).  Il pomeriggio la nuova della fuga giunse a Londra. I fautori del Re rimasero confusi. I Whig non poterono frenare la gioia loro. La fausta notizia incoraggiò il Principe a fare un ardito ed importante passo. Sapeva esservi comunicazioni tra la Legazione Francese e il partito ostile a lui. Era ben noto che quella Legazione s'intendeva maravigliosamente di tutte le arti della corruzione; e mal poteva dubitarsi che in tanta congiuntura non aborrirebbero di adoperare le pistole e ogni sorta d'intrighi. Barillon sommamente desiderava di rimanere per pochi altri giorni in Londra, e a tale scopo non aveva trascurata arte alcuna a blandire i vincitori. Nelle strade abboniva il popolaccio, che lo guardava in cagnesco, gettandogli dal cocchio pugni di monete. A mensa beveva pubblicamente alla salute del Principe d'Orange. Ma Guglielmo non era uomo da lasciarsi prendere all'amo da tali moine. A dir vero, non erasi arrogato lo esercizio della regia autorità; ma era Generale, e come tale non era tenuto a tollerare nel territorio da lui militarmente occupato la presenza di un uomo ch'egli credeva spione. Innanzi sera a Barillon fu intimato di partirsi dalla Inghilterra entro ventiquattro ore. Pregò caldamente gli si concedesse un breve indugio: ma i momenti erano preziosi; l'ordine fu ripetuto in modo più perentorio, ed ei di mala voglia partì per Dover. E perchè non vi mancasse nessuna dimostrazione di spregio e di sfida, venne scortato fino alla costa da uno de' suoi concittadini protestanti dalla persecuzione cacciati in esilio. Era tanto il risentimento che nel cuore di tutti avevano suscitato l'ambizione e l'arroganza francese, che perfino quegli Inglesi i quali generalmente non inchinavano a guardare di buon occhio la condotta di Guglielmo, altamente plaudirono allorchè lo videro ritorcere con tanta energia la insolenza con che Luigi per tanti anni aveva trattato ogni corte d'Europa(1272).
XIX. Il lunedì i Lordi adunaronsi di nuovo. Halifax venne eletto a presiedere. Il Primate era assente, i realisti afflitti e scuorati, i Whig ardenti ed animosissimi. Sapevasi che Giacomo partendo aveva lasciata una lettera. Alcuni degli amici suoi proposero che fosse deposta sul banco, vanamente sperando che contenesse cose tali da apprestare la base ad un prospero accomodamento. A tale proposta fu fatta e vinta la questione pregiudiciale. Godolphin, che era tenuto per bene affetto al suo antico signore, profferì poche parole che furono decisive. "Ho veduto lo scritto," disse egli "e mi duole il dirvi che non contiene nulla che possa minimamente satisfare le Signorie Vostre." E veramente non conteneva una sola parola di pentimento de' passati errori, non speranza di non più ricadervi in futuro, e di ciò che era accaduto dava la colpa alla malizia di Guglielmo e alla cecità d'una nazione ingannata dagli speciosi nomi di proprietà e religione. Nessuno tentò di proporre di aprire pratiche d'accordo con un Principe che pareva reso più ostinato nel male dalla rigorosa scuola dell'avversità. Si disse qualcosa sul fare inchieste intorno alla nascita del Principe di Galles; ma i Pari Whig trattarono la cosa con isdegno. "Non mi aspettava, Milordi," esclamò Filippo Lord Wharton, vecchia Testarotonda che aveva comandato un reggimento contro Carlo Primo in Edgehill, "non mi aspettava di udire alcuno in questo giorno rammentare il fanciullo cui fu dato il nome di Principe di Galles; e spero che ormai sia rammentato per l'ultima volta." Dopo lungo discutere fu deliberato di presentare due indirizzi a Guglielmo. In uno lo pregavano di assumersi provvisoriamente l'amministrazione del governo; nell'altro lo esortavano a invitare con lettere circolari munite della sua propria firma tutti i collegi elettorali del Regno a inviare i loro rappresentanti a Westminster. Nel tempo stesso i Pari assumevano lo incarico di emanare un ordine perchè tutti i Papisti, salvo pochi individui privilegiati, fossero banditi da Londra e dalle vicinanze(1273).
I Lordi presentarono i loro indirizzi al Principe il dì susseguente, senza attendere l'esito delle deliberazioni de' Comuni da lui convocati. E' sembra che i Nobili ereditari in questo momento fossero ansiosissimi di far mostra della dignità loro, e non erano inchinevoli a riconoscere uguale autorità in una assemblea non riconosciuta dalla legge. Pensavano d'essere una vera Camera di Lordi; l'altra disprezzavano come illusoria Camera di Comuni. Guglielmo, nondimeno, saviamente disse di non volere nulla decidere finchè non conoscesse l'opinione de' gentiluomini, i quali per l'innanzi erano stati onorati della fiducia delle Contee e delle città d'Inghilterra(1274).
XX. I Comuni ch'erano stati chiamati adunaronsi nella Cappella di Santo Stefano e formarono un'assemblea numerosa. Posero sul seggio presidenziale Enrico Powle, già rappresentante di Cirencester in vari Parlamenti, e de' principali propugnatori della Legge d'Esclusione.
Furono proposti e approvati indirizzi simili a quelli dei Lordi. Non vi fu differenza d'opinioni sopra alcuna questione di grave momento; ed alcuni deboli tentativi fatti a suscitare discussioni sopra materie di forma, incontrarono universale disprezzo. Sir Roberto Sawyer(1275) disse di non potere intendere in che modo il Principe potesse amministrare il governo senza alcun titolo speciale, come sarebbe Reggente o Protettore. Il vecchio Maynard il quale, come giureconsulto, non aveva chi gli stesse a fronte, e che anche aveva somma pratica della tattica delle rivoluzioni, non ebbe cura di frenare il proprio sdegno contro una obiezione così puerile, fatta in un momento in cui la concordia e la prontezza erano della più alta importanza. "Noi staremo qui un secolo" disse egli "se rimarremo finchè Sir Roberto intenda come la cosa sia possibile." L'assemblea reputò la risposta degna del cavillo che l'avea provocata(1276).
XXI. Le deliberazioni dell'adunanza furono comunicate al Principe; il quale annunziò che oramai cederebbe alla richiesta delle due Camere, e spedirebbe lettere di convocazione per ragunare una Convenzione degli Stati del Reame, e finchè non fosse ragunata, eserciterebbe egli il potere esecutivo(1277).
Ei s'era accinto a non lieve impresa. Il Governo era onninamente sossopra. I Giudici di Pace avevano abbandonate le loro funzioni. Gli ufficiali della pubblica rendita avevano cessato di riscuotere le tasse. L'armata disciolta da Feversham era ancora in confusione e pronta ad ammutinarsi. La flotta non era in meno tristi condizioni. Gli ufficiali militari e civili della Corona erano creditori di grosse somme per paghe arretrate; e nello Scacchiere altro non era che quarantamila lire sterline. Il Principe con somma energia si pose a rifare l'ordine. Pubblicò un proclama che esortava tutti i magistrati a continuare ne' loro uffici, e un altro in cui ordinava la riscossione delle imposte(1278).
Il nuovo riordinamento dello esercito con rapidità procedeva. Molti de' Nobili e gentiluomini cui Giacomo aveva tolto il comando de' reggimenti inglesi furono richiamati. Fu trovato modo a impiegare le migliaia di soldati irlandesi da Giacomo fatti venire in Inghilterra. Non potevano in sicurtà rimanere in un paese dove essi erano segno alla animosità nazionale e religiosa. Non potevano con sicurtà mandarsi a casa loro per afforzare l'armata di Tyrconnel. Fu quindi provveduto di spedirli sul continente, dove, sotto il vessillo di Casa d'Austria, potevano riuscire d'indiretta ma efficace utilità alla causa della costituzione inglese e della religione protestante. Dartmouth fu destituito; e promettendo ad ogni marinaio prontamente la paga dovutagli, la flotta riconciliossi a Guglielmo. La città di Londra imprese ad appianargli le difficoltà di finanza. Il Consiglio Municipale, con voto unanime, s'impegnò a procurargli duecento mila lire sterline. E fu considerato come gran prova della opulenza e del patriottismo dei mercatanti della metropoli il trovare in quarantotto ore la intera somma senza altra guarentigia che la parola del Principe. Poche settimane innanzi Giacomo non aveva potuto procurarsi una somma assai minore, ancorchè avesse offerto di pagare frutti più alti, e dare in pegno beni di molto pregio(1279).
XXII. In pochissimi giorni lo sconvolgimento prodotto dalla invasione, dalla insurrezione, dalla fuga di Giacomo e dalla sospensione d'ogni regolare governo, era finito, e il paese aveva ripreso il consueto aspetto. Regnava universale sentimento di sicurezza. Anche le classi maggiormente esposte all'odio pubblico, e che avevano maggiore ragione a temere una persecuzione, furono protette dalla accorta clemenza del vincitore. Individui profondamente implicati negli illegali atti dello antecedente regno, non solo passeggiavano sicuri per le vie, ma profferivansi candidati alla Convenzione. Mulgrave non fu accolto di mala grazia al palazzo di San Giacomo. A Feversham, sprigionato, fu permesso di riprendere l'unico ufficio pel quale aveva i debiti requisiti, cioè quello di tenere la banca al giuoco della bassetta in casa della Regina vedova. Ma non vi fu classe del popolo che avesse tanta cagione di sentire gratitudine per Guglielmo al pari de' Cattolici Romani. Non sarebbe stato savio partito abrogare formalmente i severi provvedimenti fatti da' Pari contro i credenti d'una religione generalmente aborrita dalla nazione: ma tali provvedimenti vennero praticamente annullati mercè la prudenza ed umanità del Principe. Marciando da Torbay alla volta di Londra aveva dato ordine di non recar danno alle persone e alle abitazioni de' papisti. Adesso rinnovò tali ordini, e ingiunse a Burnet gli facesse rigorosamente eseguire. Non poteva fare migliore scelta, imperciocchè Burnet era uomo di tanta generosità e buona indole, che il suo cuore era sempre aperto agl'infelici; e nel tempo medesimo il suo ben noto odio contro il papismo era pei più fervidi protestanti sufficiente sicurtà che gl'interessi della religione loro non correrebbero il minimo rischio nelle mani di lui. Ascoltava cortesemente le querele de' Cattolici Romani, procurava il passaporto a tutti coloro che amavano meglio andarsene di là dal mare, e si recò da sè a Newgate per visitare i prelati ivi rinchiusi. Ordinò che venissero trasferiti in più comode stanze, e serviti con ogni riguardo. Gli assicurò solennemente che non verrebbe loro torto un capello, ed appena il Principe fosse in condizione da agire secondo che desiderava, gli avrebbe posti in libertà. Il Ministro di Spagna riferì al proprio Governo, e per mezzo di questo al Papa, che nessun Cattolico poteva sentire scrupolo di coscienza a cagione della recente rivoluzione della Inghilterra; che de' pericoli, ai quali i credenti nella vera Chiesa trovavansi esposti, il solo Giacomo era responsabile, e che il solo Guglielmo li aveva salvati da una sanguinosa persecuzione(1280).
XXIII. E però con quasi piena soddisfazione i Principi della Casa d'Austria e il Sommo Pontefice sentirono che il lungo vassallaggio della Inghilterra era finito. Come si seppe in Madrid che Guglielmo andava a vele gonfie nella sua intrapresa, un solo nel consiglio di Stato di Spagna osò esprimere il proprio rincrescimento al vedere come un fatto, che politicamente considerato era faustissimo, sarebbe stato dannoso agl'interessi della vera Chiesa(1281).
Ma la tollerante politica del Principe prestamente quietò tutti gli scrupoli, e il suo inalzamento non fu veduto con minore satisfazione dai bacchettoni Grandi di Spagna, che dai Whig inglesi.
Con assai diverso sentimento la nuova di questa grande rivoluzione fu accolta in Francia. In un solo giorno la politica d'un regno lungo, pieno di vicissitudini e glorioso, restò sconcertata. Inghilterra era di nuovo la Inghilterra d'Elisabetta e di Cromwell; e le relazioni di tutti gli Stati della Cristianità furono pienamente cangiate dalla repentina intromissione di questo nuovo potentato nel sistema europeo. I Parigini non sapevano d'altro discorrere se non di ciò che seguiva in Londra. Il sentimento nazionale e religioso spingevali a parteggiare per Giacomo. Non sapevano un jota della costituzione inglese. Abbominavano la Chiesa Anglicana. La nostra rivoluzione pareva loro non il trionfo della libertà sopra la tirannide, ma una orrenda tragedia domestica, nella quale un venerabile e pio Servio veniva tratto giù dal trono da un Tarquinio, e schiacciato dalle ruote del cocchio d'una Tullia. Gridavano vergogna ai capitani traditori, esecravano le snaturate figliuole, e sentivano per Guglielmo profondo disgusto, comecchè temperato dal rispetto che il valore, la capacità, e i prosperi successi sogliono ispirare(1282). La Regina, sotto la sferza del notturno vento e della pioggia, stringendo al petto il parvolo erede di tre corone, il Re arrestato, derubato, e oltraggiato da uomini ribaldi, erano cose che destavano commiserazione e romanzesco interesse nel cuore di tutti i Francesi. Ma Luigi fu quegli che provò particolari emozioni vedendo le calamità della Casa Stuarda. Si sentì ridestare nell'anima lo egoismo e la generosità tutta dell'indole sua. Dopo molti anni di prosperità egli aveva finalmente dato in un grave inciampo. Aveva calcolato sopra lo aiuto o la neutralità della Inghilterra; e adesso non poteva altro da quella aspettarsi che energica e pertinace ostilità. Parecchi giorni innanzi avrebbe non senza ragione potuto sperare di soggiogare le Fiandre e dettare la legge alla Germania; e adesso si reputerebbe fortunato ove potesse difendere i confini del Regno contro una lega da lunghissimi anni non più veduta in Europa. Da questa cotanto nuova, impacciosa e pericolosa posizione, null'altro che una controrivoluzione o una guerra civile nelle Isole britanniche poteva liberarlo. Per le quali cose ambizione e paura lo spingevano ad abbracciare la causa della caduta dinastia. Ed è giusto il dire che a ciò fare lo movevano anche sentimenti più nobili che l'ambizione e il timore non fossero. Il suo cuore era naturalmente compassionevole, e le sciagure di Giacomo erano tali da svegliare tutta la compassione di Luigi. Le circostanze in cui egli erasi trovato avevano impedito il libero corso ai suoi buoni sentimenti. La simpatia rade volte è vigorosa dove è grande ineguaglianza di condizioni; ed egli s'era tanto alto levato sopra gli altri uomini, che le loro miserie gli destavano in cuore una tepida pietà, quale sarebbe quella che noi proviamo ai patimenti degli animali inferiori, d'un pettirosso affamato o d'un spedato cavallo da posta. La devastazione del Palatinato e la persecuzione degli Ugonotti non gli avevano quindi turbato l'animo in guisa, che tosto non glielo mettessero in calma l'orgoglio e la bacchettoneria. Ma si sentì destare nell'anima tutta la tenerezza di cui egli era capace, vedendo la miseria di un gran Re, che pochi giorni innanzi era stato servito in ginocchio da grandi Signori, e che adesso era esule e mendico. A questo sentimento di tenerezza era commista una vanità non ignobile. Voleva dare al mondo un esempio di munificenza e cortesia. Voleva mostrare all'umanità quale dovrebbe essere il contegno di un perfetto gentiluomo in altissimo stato e in una solenne congiuntura; e, a vero dire, ei si condusse da uomo cavallerescamente urbano e generoso, sì che di altro esempio non si onoravano gli annali della Europa dal tempo in cui il Principe Nero si stette in piedi dietro la sedia del Re Giovanni a cena nel campo di Poitiers.
XXIV. Appena si seppe in Versailles che la Regina d'Inghilterra era approdata in Francia, le venne apparecchiato un palazzo. Furono spediti cocchi e compagnie di Guardie por istarsi agli ordini di lei. Perchè ella potesse comodamente viaggiare, si fe' racconciare la strada di Calais. A Lauzun non solo fu, a riguardo di lei, concesso perdono delle colpe passate, ma egli ebbe l'onore d'una lettera amichevole scritta di mano di Luigi. Maria faceva cammino alla volta della corte francese, allorquando giunse la nuova che il suo marito, dopo un procelloso viaggio, era sbarcato a salvamento presso il piccolo villaggio d'Ambleteuse. Personaggi d'alto grado furono tosto spediti da Versailles a compirlo e servirgli di scorta. Frattanto Luigi, accompagnato dalla sua famiglia e da' suoi Nobili, uscì in solenne corteo a ricevere l'esule Regina. Il suo cocchio sontuoso era preceduto dagli alabardieri svizzeri. Lo fiancheggiava di qua o di là il corpo delle Guardie a cavallo sonando i cimbali e le trombe. Dietro il Re in cento carrozze, ciascuna tirata da sei cavalli, veniva la più splendida aristocrazia che fosse in Europa, tutta piume, nastri, gioie e ricami. La processione non aveva fatto molto cammino quando fu annunziato che Maria appressavasi. Luigi scese dal cocchio, e a piedi le andò incontro. Ella diede in uno scoppio di passionate espressioni di gratitudine. "Madama," disse il Re di Francia" egli è un tristo servigio quello che oggi vi rendo. Spero che in futuro io possa rendervene di maggiori e più piacevoli." Così dicendo, baciò il pargoletto Principe di Galles, e fece sedere alla sua destra la Regina nel cocchio reale. Allora la cavalcata si volse verso Saint-Germain.
Quivi nella estremità d'una foresta popolata di belve da caccia, e in cima a un colle che sovrasta al tortuoso corso della Senna, Francesco I aveva edificato un castello, ed Enrico Quarto una magnifica terrazza. Di tutte le magioni de' Re di Francia, in nessuna si respirava aria più salubre e godevasi un più ameno spettacolo. La grandezza e vetustà veneranda degli alberi, la beltà de' giardini, l'abbondanza delle acque erano in gran fama. Ivi Luigi XIV era nato, e nei suoi giovani anni ivi avea tenuta la sua corte, aveva aggiunti vari padiglioni alla magione di Francesco, e finita la terrazza di Enrico. Nonostante, presto il Re provò inesplicabile disgusto pel luogo dove era nato. Ei lasciò Saint-Germain per trasferirsi a Versailles, e spese somme pressochè favolose nel vano sforzo di creare un paradiso in un luogo singolarmente sterile e insalubre, tutto sabbia e fango, senza boschi, senza acqua e senza caccia. Saint-Germain adunque fu scelto per abitazione della reale famiglia d'Inghilterra. Vi era stata in fretta trasportata sontuosa mobilia. Le stanze pel Principe di Galles erano state provvedute d'ogni cosa necessaria ai bisogni d'un pargolo. Uno de' servi presentò alla Regina la chiave di un ricco scrigno che trovavasi nello appartamento di lei. Ella lo aprì, e vi trovò dentro seimila luigi d'oro.
XXV. Il dì susseguente Giacomo arrivò a Saint-Germain. Vi era Luigi a riceverlo. Lo sventurato esule gli fece un sì profondo inchino che pareva volesse abbracciare le ginocchia del suo protettore. Luigi sollevatolo, abbracciollo con fraterna tenerezza. I due Re entrarono in camera della Regina. "Ecco qui un gentiluomo" le disse Luigi "che voi gradirete di vedere." Quindi dopo avere pregato il suo ospite a volere pel dì prossimo visitare Versailles, e concedergli il piacere di mostrargli gli edificii, le pitture, e le piantagioni, prese commiato, senza cerimonie, quasi fossero vecchi amici.
Dopo poche ore agli sposi reali venne annunziato che per tutto il tempo ch'essi farebbero al Re di Francia il favore di accettarne l'ospitalità, verrebbe loro pagata dal suo tesoro l'annua somma di quarantacinquemila lire sterline. Diecimila ne furono subito date loro per le spese d'installazione.
La liberalità di Luigi fu non per tanto molto meno rara e ammirevole della squisita delicatezza con che ei si affaticò ad addolcire le amarezze de' suoi ospiti ed alleggiare il quasi intollerabile peso degli obblighi che addossava loro. Egli, che fino allora nelle questioni di precedenza era stato fastidioso, litigioso, insolente, che s'era più volte mostrato pronto a gettare la Europa in guerra più presto che cedere nel più frivolo punto d'etichetta, adesso fu puntiglioso contro sè stesso, ma puntiglioso per i suoi sventurati amici. Ordinò che Maria fosse trattata con tutti i segni di rispetto onde era stata trattata la defunta sua moglie. Fu discusso se i Principi della Casa di Borbone avessero diritto di sedersi in presenza della Regina. Simiglianti inezie erano cose gravi nell'antica Corte di Francia. V'erano esempi pro e contra: ma Luigi decise la questione contro il proprio sangue. Alcune dame d'altissimo grado trascurarono la cerimonia di baciare il lembo della veste di Maria. Luigi notò la omissione, e con voce tale e con tale sguardo, che tutte le dame di corte da quel giorno mostraronsi sempre pronte a baciarle il piede. Allorquando l'Ester, pur allora scritta da Racine, venne rappresentata in Saint-Cyr, Maria occupò il seggio d'onore. Giacomo le sedeva a destra. Luigi modestamente le si assise a sinistra. Anzi ei consentì che nel suo proprio palazzo un esule, il quale viveva della sua generosità, assumesse il titolo di Re di Francia, e come Re di Francia inquartasse i gigli co' lioni inglesi, e come Re di Francia ne' giorni in che la corte prendeva il lutto, vestisse abito di colore violetto.
Il contegno de' Nobili francesi in pubblico prendeva norma dal Sovrano, ma non era possibile impedire che essi liberamente pensassero ed esprimessero i loro pensieri nelle conversazioni private, con la pungente e delicata arguzia che forma il carattere della nazione e del ceto loro. Di Maria pensavano favorevolmente. La trovavano piacente di persona e dignitosa nel portamento. Ne veneravano il coraggio e lo affetto di madre, e ne commiseravano la sinistra fortuna. Ma per Giacomo sentivano estremo dispregio. Non potevano patire la sua insensibilità, il modo freddo onde egli discorreva con chi che si fosse della propria rovina, e il fanciullesco diletto che prendeva della pompa e del lusso di Versailles. Attribuivano questa strana apatia, non a filosofia o religione, ma a stupidità e abiettezza d'animo, e notarono come nessuno che aveva avuto l'onore d'ascoltare dalla bocca di Sua Maestà Britannica il racconto dello proprie vicissitudini si maravigliasse di vedere lui in Saint-Germain e il suo genero nel palazzo di San Giacomo(1283).
XXVI. Nelle Province Unite la commozione prodotta dalle nuove giunte d'Inghilterra era anche maggiore che in Francia. Era quello il tempo in cui la Batava Federazione era pervenuta al più alto fastigio di gloria e potenza. Dal giorno in cui la spedizione fece vela tutta la nazione olandese era stata in preda a somma ansietà. Le chiese non erano mai state come allora popolate di gente. I predicatori non avevano mai arringato con maggiore veemenza. Gli abitanti dell'Aja non poterono frenarsi dallo insultare Albeville. La sua casa era giorno e notte sì strettamente circondata dalla plebaglia, che nessuno rischiavasi a visitarlo; ed egli temeva non appiccassero fuoco alla sua cappella(1284). Ad ogni corriere che giungeva recando nuove dello avanzarsi del Principe, i suoi concittadini si sentivano rincuorati; e allorquando si seppe ch'egli, cedendo allo invito fattogli dai Lordi e dall'Assemblea de' Comuni, aveva assunto il potere esecutivo, tutte le fazioni olandesi proruppero in un grido universale di gioia e d'orgoglio. Sollecitamente fu spedita un'ambasceria straordinaria a recargli le congratulazioni della madre patria. Uno degli ambasciatori era Dykvelt, uomo in quella occasione di non poca utilità per la destrezza, e per la profonda scienza ch'egli aveva della politica inglese; e gli fu dato per collega Niccola Witsen, Borgomastro d'Amsterdam, il quale sembra essere stato scelto a fine di provare a tutta Europa che la lunga contesa tra la Casa d'Orange e la città principale della Olanda era cessata. Il dì 8 gennaio Dykwelt e Witsen si presentarono a Westminster. Guglielmo favellò loro con franchezza e cordialità tali che rare volte ei mostrava conversando con gl'Inglesi. Le sue prime parole furono queste: "Bene! e che cosa dicono ora gli amici a casa nostra?" E veramente il solo plauso che parve forte commuovere la stoica indole di lui, fu quello della terra natia. Della immensa popolarità ch'egli godeva in Inghilterra, parlò con freddo sdegno, e predisse con troppa verità la reazione che ne sarebbe seguita. "Qui" disse egli "oggi dappertutto si grida Osanna, e forse domani si griderà Crucifige"(1285)
XXVII. Il dì appresso furono eletti i primi membri della Convenzione. La città di Londra diede lo esempio, e senza contesa elesse quattro ricchi mercatanti caldissimi Whig. Il Re e i suoi fautori avevano sperato che molti ufficiali de' collegi elettorali considererebbero come nulla la lettera del Principe; ma fu vana speranza. Le elezioni procederono rapidamente e senza intoppo. Non vi fu quasi ombra di contesa: imperocchè la nazione per più d'un anno aveva sempre aspettato l'apertura delle Camere. I decreti di convocazione erano stati due volte emessi e due revocati. Alcuni collegi elettorali, per virtù di tali decreti, avevano già eletto i loro rappresentanti. Non v'era Contea nella quale i gentiluomini e i borghesi non avessero, molti mesi prima, posto l'occhio sopra candidati buoni protestanti, ad eleggere i quali dovevasi fare ogni sforzo in onta ai voleri del Re e ai raggiri del Lord Luogotenente; e questi candidati ora vennero generalmente eletti senza opposizione.
Il Principe diede rigorosi ordini che nessuno ufficiale pubblico in questa occasione adoperasse quelle arti che avevano recato tanto disonore al cessato Governo. Comandò in ispecie che nessun soldato osasse mostrarsi nelle città nelle quali facevansi le elezioni(1286). I suoi ammiratori poterono vantare, e i suoi nemici sembra non potessero negare, che gli elettori esprimessero liberamente la propria opinione. Vero è ch'egli rischiava poco. Il partito a lui bene affetto era trionfante e pieno d'entusiasmo, di vita e d'energia. Quello da cui poteva aspettarsi seria opposizione era disunito e scorato, stizzito con sè stesso, e anco più stizzito col proprio capo. La maggior parte, quindi, delle Contee e de' borghi elessero rappresentanti Whig.
XXVIII. E' non fu sopra la sola Inghilterra che Guglielmo estese la sua tutela. La Scozia era insorta contro i suoi tiranni. Tutti i soldati regolari, i quali l'avevano lungamente tenuta in freno, erano stati richiamati da Giacomo per soccorrerlo contro gl'invasori olandesi, tranne un piccolo presidio, che sotto il comando del Duca di Gordon, gran signore cattolico, stavasi nel castello d'Edimburgo. Ogni corriere che era andato nelle contrade settentrionali nel mese di novembre, mese così pieno di vicende, aveva recato nuove che concitavano le passioni degli oppressi Scozzesi. Finchè era ancor dubbio l'esito delle operazioni militari, in Edimburgo accaddero subugli e clamori che si fecero più minacciosi dopo la ritirata di Giacomo da Salisbury. Gran torme di gente ragunavansi primamente di notte, poi di giorno. Bruciavano le immagini del papa; chiedevano clamorosamente un libero Parlamento: si videro attaccati ai muri de' cartelli dove le teste de' ministri della Corona erano messe a prezzo. Fra costoro il più detestato era Perth, come colui ch'era Cancelliere, godeva altamente il regio favore, era apostata della fede riformata, e il primo che aveva nelle leggi penali della patria introdotto il ferreo strumento per macerare le dita. Era uomo privo di vigore, e d'animo abietto; e il solo coraggio ch'egli avesse era la sfrontatezza che sfida la infamia, e assiste senza commuoversi agli altrui tormenti. In quel tempo era capo del Consiglio; ma, venutogli meno l'animo, abbandonò il proprio posto, e a fuggire ogni pericolo, - secondo che giudicava dagli sguardi e dalle grida del feroce popolaccio, - di Edimburgo, - ritirossi a una sua villa che sorgeva non lontana dalla città. Si fece accompagnare a Castle Drummond da una numerosa guardia; ma, appena partito lui, la città insorse. Pochi soldati provaronsi di reprimere la insurrezione, ma furono vinti. Il palazzo di Holyrood(1287), che era stato trasformato in seminario e tipografia cattolica romana, fu preso d'assalto e saccheggiato. Libri papalini, rosari, crocifissi e pitture furono accatastati e arsi in High Street. Framezzo a tanta agitazione giunse la nuova della fuga del Re. I membri del Governo deposero ogni pensiero di contendere col furore popolare, e mutarono partito con quella prontezza allora comune fra i politici scozzesi. Il Consiglio Privato con un proclama ordinò il disarmo di tutti i papisti, e con un altro invitò i protestanti a collegarsi per la difesa della religione pura. La nazione non aveva aspettato lo invito. Città e campagna erano già in arme a favore del Principe d'Orange. Nithisdale e Clydesdale erano le sole regioni in cui fosse ombra di speranza che i cattolici romani farebbero testa; ed entrambe furono occupate da bande di presbiteriani armati. Fra gl'insorti erano alcuni cupi e feroci uomini, i quali, già stati infidi ad Argyle, ora erano egualmente pronti ad esserlo a Guglielmo. Dicevano Sua Altezza essere uomo maligno; non una parola della Convenzione nel suo Manifesto; gli Olandesi, gente con la quale nessun vero servo di Dio poteva concordare, essere in lega co' Luterani, e un Luterano, al pari d'un Gesuita, essere figlio del demonio. Ma la voce universale di tutto il Regno vinse lo sconcio gracidare di cotesta odiata fazione(1288).
Il concitamento in breve giunse fino alle vicinanze di Castle Drummond. Perth conobbe di non essere sicuro nè anche fra' suoi propri servi e fittajuoli. Si abbandonò a quel disperato dolore in cui la sua cruda tirannia aveva spesso gettato uomini migliori di lui. Si provò di cercare conforto ne' riti della sua novella Chiesa. Importunava i preti a confortarlo, pregava, si confessava, si comunicava: ma la sua fede era sì debole ch'egli affermò che, malgrado tutte le sue divozioni, era straziato dal terrore della morte. Intanto seppe che potea fuggire sopra un vascello che stavasi di faccia a Brentisland. Travestitosi come meglio potè, dopo un lungo e difficile cammino per non frequentati sentieri su per i monti d'Ochill, che allora erano coperti di neve, gli venne fatto d'imbarcarsi: ma, non ostante tutte le sue cautele, era stato riconosciuto, e il grido della scoperta s'era in un baleno propalato. Come si seppe che il crudo rinnegato era in mare ed aveva seco dell'oro, taluni incitati dall'odio e dalla cupidigia si posero ad inseguirlo. Un legno comandato da un antico cacciatore di buoi raggiunse il fuggente vascello e lo prese all'abbordaggio. Perth travestito da donna dal fondo in cui s'era nascosto fu tratto sul ponte, dove fu spogliato, frugato e saccheggiato. Gli aggressori appuntarongli le baionette al petto. E mentre ei con abiette strida supplicava gli lasciassero la vita, fu condotto a terra e gettato nella prigione comune di Kirkaldy. Di là, per ordine del Consiglio da lui dianzi presieduto, e che era composto d'uomini partecipi delle sue colpe, fu trasferito al Castello di Stirling. Era giorno di domenica, e l'ora degli uffici divini, allorquando egli, cinto da guardie, fu menato alla sua prigione; ma perfino i rigidi Puritani dimenticarono la santità del giorno e del servizio. La gente erompeva fuori dalle chiese per vedere passare quel carnefice, e il frastuono delle minacce, maledizioni e urli d'ira lo accompagnò fino alla porta del carcere(1289).
Vari egregi Scozzesi trovavansi in Londra quando vi arrivò il Principe; e molti altri vi accorsero a corteggiarlo. Il dì 7 gennaio li chiamò a Whitehall. La congrega fu grande e rispettabile: al Duca di Hamilton e al Conte di Arran suo primogenito, capi d'una casa quasi regale, tenevano dietro trenta Lordi e circa ottanta gentiluomini di gran conto. Guglielmo gli esortò a consultare fra loro, e fargli sapere il miglior modo di promuovere il bene del loro paese. Quindi ritirossi perchè deliberassero liberamente senza lo impaccio della presenza di lui. Andati alla sala del Consiglio, posero Hamilton sul seggio. Ancorchè sembri che ci fosse poca differenza d'opinione, le discussioni loro durarono tre giorni, fatto che si spiega pensando che Sir Patrizio Hume era uno degli oratori. Arran rischiossi a proporre s'aprissero col Re pratiche d'accordo. Ma tale proposta, male accolta da suo padre e dalla intera assemblea, non trovò nessuno che la secondasse. Alla perfine vennero a deliberazioni strettamente somiglievoli a quelle che, pochi giorni innanzi, i Lordi e i Comuni d'Inghilterra avevano presentate al Principe. Lo pregavano di convocare una Convenzione degli Stati di Scozia, stabilire il dì 14 marzo per giorno dell'Adunanza, e fino a quel giorno assumersi egli l'amministrazione civile e militare. Il Principe assentì alla richiesta; e quindi il governo di tutta l'isola si ridusse nelle sue mani(1290).
XXIX. Avvicinavasi il momento decisivo, e si accrebbe l'agitazione nel pubblico. In ogni dove vedevansi gli uomini politici far capannelli e discutere. Le botteghe da caffè fervevano; le tipografie della metropoli lavoravano senza posa. De' fogli stampati a quel tempo, anche oggi se ne possono raccogliere tanti da formare vari volumi; e non è difficile, leggendo tali scritture, farsi una idea delle condizioni in cui trovavansi i partiti.
Era una piccolissima fazione che voleva richiamare Giacomo senza alcuna stipulazione. Altra fazione anch'essa piccolissima voleva istituire una repubblica, e affidare il governo ad un Consiglio di Stato sotto la presidenza del Principe d'Orange. Ma entrambe queste estreme opinioni erano a tutti in aborrimento. Diciannove ventesimi della nazione erano gente in cui lo affetto alla monarchia ereditaria era congiunto, benchè ove più ove meno, con lo affetto alla libertà costituzionale, e che era egualmente avversa all'abolizione della dignità regia e alla restaurazione incondizionata del Re.
Ma nel vasto spazio che divideva i bacchettoni che seguitavano ad attenersi alle dottrine di Filmer, dagli entusiasti che tuttavia sognavano i sogni di Harrington, v'era luogo per molte varietà d'opinioni. Se poniamo da parte le minute suddivisioni, vedremo che la massima parte della nazione e della Convenzione era partita in quattro corpi: tre erano Tory, il quarto era Whig.
L'accordo tra i Whig(1291) e i Tory non era rimaso superstite al pericolo che l'aveva fatto nascere. In varie occasioni mentre che il Principe marciava alla volta di Londra, la dissensione era scoppiata fra' suoi fautori. Mentre era ancor dubbio l'esito della impresa, egli con isquisito accorgimento aveva di leggieri chetato ogni dissenso. Ma dal dì in cui egli entrò trionfante nel palazzo di San Giacomo, ogni suo accorgimento tornò inefficace. La vittoria, liberando la nazione dalla paura della tirannide papale, gli aveva rapita di mano mezza la sua influenza. Vecchie antipatie, che sedaronsi mentre i Vescovi erano nella Torre, i Gesuiti in consiglio, i leali ecclesiastici a torme privati del loro pane, i leali gentiluomini a centinaia scacciati dalle Commissioni di pace, si ridestarono forti ed operose. Il realista raccapricciava pensando di trovarsi in lega con coloro ch'egli fino dalla sua giovinezza mortalmente odiava, coi vecchi capitani parlamentari che gli avevano devastate le ville, coi vecchi commissari parlamentari che gli avevano sequestrati i beni, con uomini che avevano in Rye House tramato il macello e capitanata la insurrezione delle contrade occidentali. Inoltre quella diletta Chiesa, per amore della quale egli, dopo una penosa lotta, aveva rotto il suo debito d'obbedienza verso il trono, era ella veramente salva? O l'aveva egli redenta da un nemico perchè rimanesse in preda ad un altro? I preti papisti, a dir vero, erano in esilio, nascosti, o imprigionati. Nessun Gesuita o Benedettino che avesse cara la vita osava mostrarsi vestito degli abiti dell'ordine suo. Ma i dottori presbiteriani e gl'Indipendenti andavano in processione a riverire il capo del governo, e venivano da lui accolti di buona grazia come i veri successori degli apostoli. Alcuni scismatici apertamente dicevano sperare che tosto sarebbe tolto via ogni ostacolo che gli escludeva da' beneficii ecclesiastici; che gli Articoli verrebbero mitigati, riformata la liturgia; non più festa il dì di Natale, non più digiuno il venerdì santo; canonici consacrati dal Vescovo, senza le bianche vestimenta, ministrerebbero nei cori delle cattedrali il pane e il vino eucaristico ai fedeli comodamente assisi ne' loro banchi. Il Principe certamente non era presbiteriano fanatico; ma per lo meno era Latitudinario: non aveva scrupolo di comunicarsi secondo il rito anglicano; ma non si dava pensiero intorno alla forma secondo la quale altri si comunicava. Era anco da temersi che la moglie fosse troppo imbevuta de' principii di lui. La coscienza della Principessa era diretta da Burnet. Ella aveva ascoltato predicatori appartenenti a diverse sètte protestanti. Aveva dianzi detto di non discernere differenza veruna tra la Chiesa anglicana e le altre Chiese riformate(1292). Era quindi necessario che i Cavalieri in cosiffatte circostanze seguissero lo esempio dato nel 1641 dai padri loro, si separassero dalle Testerotonde e dai settarii, e, nonostante tutti i falli del monarca ereditario, sostenessero la causa della ereditaria monarchia.
La parte animata da questi sentimenti era numerosa e rispettabile. Comprendeva circa mezza la Camera de' Lordi, circa un terzo di quella de' Comuni, la maggior parte de' gentiluomini rurali, e almeno nove decimi del clero; ma era lacerata dalle dissensioni, e per ogni lato cinta di ostacoli.
XXX. Una frazione di questo gran partito, frazione che era specialmente forte fra gli ecclesiastici, e della quale Sherlock era l'organo principale, voleva si aprissero pratiche d'accordo con Giacomo, che fosse invitato a ritornare a Whitehall a condizioni tali che pienamente rimanesse assicurata la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno(1293). Egli è evidente che questo disegno, benchè fosse vigorosamente propugnato dal clero, era al tutto incompatibile con le dottrine per lunghi anni da esso insegnate. Veramente era un tentativo di aprire una via di mezzo dove non era spazio ad aprirla, di effettuare una concordia tra due cose che concordia non ammettevano, cioè tra la resistenza e la non resistenza. I Tory dapprima s'erano appoggiati al principio della non resistenza; ma la più parte di loro avevano abbandonato quel principio e non inchinavano a riabbracciarlo. I Cavalieri d'Inghilterra, come classe, erano stati così, direttamente o indirettamente, implicati nella ultima insurrezione contro il Re, che non potevano per vergogna parlare del sacro debito di obbedire a Nerone; nè volevano richiamare il Principe sotto il cui pessimo governo avevano cotanto sofferto, senza esigere da lui condizioni tali da rendergli impossibile ogni abuso di potere. Trovavansi quindi in falsa posizione. La loro antica teoria, vera o falsa che fosse, almeno era completa e coerente. Se era vera, dovevano immediatamente invitare il Re a tornare indietro e permettergli, ove così gli piacesse, di punire nel capo come rei di crimenlese Seymour e Danby, il Vescovo di Londra e quello di Bristol, ristabilire la Commissione ecclesiastica, riempiere la Chiesa di dignitari papisti, e porre lo esercito sotto il comando di ufficiali papisti. Ma se, come gli stessi Tory allora sembravano confessare, quella teoria era falsa, a che aprire pratiche d'accordo col Re? Se ammettevano ch'egli potesse legalmente essere privato del trono finchè non desse soddisfacenti guarentigie per la sicurtà della costituzione della Chiesa e dello Stato, non era agevole negare ch'egli potesse legalmente esserne privato per sempre. Imperocchè quale soddisfacente guarentigia poteva egli dare? Come era possibile formulare un Atto di Parlamento in termini più chiari di quelli in che erano espressi gli atti parlamentari, i quali ingiungevano che il Decano della Chiesa di Cristo fosse un protestante? Come era egli possibile esprimere una qualunque promessa con parole più energiche di quelle con le quali Giacomo aveva più volte dichiarato di rigorosamente rispettare i diritti del Clero Anglicano? Se legge od onore fossero stati bastevoli a vincolarlo, ei non sarebbe mai stato costretto a fuggire dal suo Regno. E non valendo onore o legge a vincolarlo, era savio provvedimento permettergli che ritornasse.
XXXI. E' possibile, non pertanto, che, malgrado i predetti argomenti, una proposta di aprire pratiche con Giacomo sarebbe stata fatta nella Convenzione e sostenuta da' Tory, ove egli in questa, come in qualsivoglia altra occasione, non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso. Ogni corriere postale che giungeva a Londra da Saint-Germain, recava nuove tali da intiepidire lo ardore de' suoi partigiani. Ei non credeva valesse lo incomodo simulare rincrescimento de' passati errori o promessa di emendarsi. Pubblicò un Manifesto, nel quale diceva avere sempre posto ogni cura a governare con giustizia e moderazione i suoi popoli, e che essi ingannati da immaginari aggravi erano corsi da sè alla rovina(1294). La sua demenza ed ostinazione fece sì che coloro i quali più ardentemente desideravano riporlo sul trono ad eque condizioni, comprendessero che, proponendo in quel momento d'aprire pratiche con lui, danneggerebbero la causa che volevano propugnare. Deliberarono quindi di collegarsi con un'altra fazione di Tory capitanata da Sancroft. Questi credè avere trovato modo di provvedere al governo del paese senza richiamare Giacomo, non privandolo ad un tempo della sua Corona. Questo modo altro non era che istituire una Reggenza. I più ostinati di que' teologi che avevano inculcata la dottrina della obbedienza passiva non avevano mai sostenuto che siffatta obbedienza si dovesse prestare ad un bambino o a un demente. Era universalmente riconosciuto che, quando il legittimo Sovrano fosse intellettualmente incapace di esercitare il proprio ufficio, poteva deputarsi alcuno ad agire in sua vece, e che chiunque resistesse a cotesto deputato, e per iscusa allegasse il comando di un principe in fasce o demente, incorrerebbe giustamente nelle pene della ribellione. La stupidità, l'ostinatezza, e la superstizione - in questa guisa ragionava il Primate - avevano reso Giacomo inetto a reggere i propri dominii come un fanciullo in fasce, o un pazzo che nel Manicomio di Bedlam si giaccia sulla paglia digrignando i denti e dicendo scempie parole. Era dunque mestieri appigliarsi al provvedimento preso allorchè Enrico Sesto era infante, e una seconda volta abbracciato allorchè fu colpito da letargia. Giacomo non poteva esercitare l'ufficio di Re; ma doveva seguitare ad avere sembianza di Re. I decreti dovevano portare il suo nome, le monete e il Gran Sigillo essere segnati della immagine ed epigrafe di lui; gli Atti del Parlamento portare gli anni del suo regno. Ma il potere esecutivo doveva essergli tolto, ed affidato a un Reggente eletto dagli Stati del Reame. In questa guisa, sosteneva con gravità Sancroft, il popolo non mancherebbe al proprio debito, strettamente manterrebbe il giuramento di fedeltà prestato al suo Re; e i più ortodossi anglicani, senza il minimo scrupolo di coscienza, potrebbero esercitare gli uffici sotto il Reggente(1295).
La opinione di Sancroft era di gran peso nel partito Tory e segnatamente nel clero. Una settimana innanzi il giorno stabilito al ragunarsi della Convenzione, una congrega di gravissimi uomini nel palazzo Lambeth, assistè alle preci nella cappella, desinò col Primate, e finalmente si strinse a consulta intorno alle pubbliche faccende. V'erano presenti cinque suffraganei dello Arcivescovo, i quali nella decorsa estate avevano secolui diviso i perigli e la gloria. I Conti di Clarendon e di Ailesbury rappresentavano i Tory secolari. Parve che unanimemente l'assemblea opinasse che coloro i quali avevano prestato a Giacomo il giuramento di fedeltà, potevano lecitamente negargli obbedienza; ma non potevano con sicurtà di coscienza chiamare chiunque altri si fosse col nome di Re(1296).  XXXII. In tal modo due frazioni del partito Tory, l'una che desiderava un accomodamento con Giacomo, l'altra che avversava tale accomodamento, concordarono a propugnare il disegno d'instituire una Reggenza. Ma una terza frazione, la quale comechè non fosse numerosa aveva gran peso e influenza, proponeva un assai diverso provvedimento. I capi di questa piccola schiera erano Danby e il Vescovo di Londra nella Camera de' Lordi, e Sir Roberto Sawyer in quella de' Comuni. Crederono d'avere trovato modo di fare una compiuta rivoluzione sotto forme rigorosamente legali. Dicevano essere contrario ad ogni principio che il Re venisse detronizzato da' suoi sudditi; nè v'era necessità di farlo. Fuggendo, egli aveva abdicato il suo potere e la sua dignità. Il trono doveva considerarsi come vacante; e tutti i giureconsulti costituzionali sostenevano che il trono d'Inghilterra non poteva esserlo nè anche un momento. E però il più prossimo erede era da reputarsi Sovrano. Ma chi era cotesto prossimo erede? Quanto al pargolo che era stato condotto in Francia, la sua venuta al mondo era accompagnata da molti sospetti. Era dovere verso gli altri membri della regale famiglia e verso la nazione che si rimovesse ogni dubbio. Guglielmo, a nome della Principessa d'Orange sua consorte, aveva solennemente dimandata una inchiesta, la quale sarebbe stata instituita se gli accusati di frode non si fossero appigliati ad un partito, che in qualunque caso ordinario sarebbe stato considerato come prova decisiva della colpa. Senza aspettare l'esito di un solenne processo parlamentare, se n'erano fuggiti in paese straniero, secoloro conducendo lo infante, e le cameriste francesi e italiane, le quali, ove ci fosse stato frode, avrebbero dovuto saperla, e quindi sarebbero state sottoposte a rigoroso controesame. Era impossibile ammettere il diritto del fanciullo senza avere compita la inchiesta; e coloro che si dicevano suoi genitori avevano resa ogni inchiesta impossibile. Era quindi mestieri reputarlo condannato in contumacia. Se ei pativa ingiustizia, ne avea colpa non la nazione, ma coloro la cui strana condotta al tempo della nascita di lui aveva giustificato la nazione a domandare una inchiesta, alla quale si sottrassero con la fuga. Per le quali cose poteva a buon diritto considerarsi come pretendente; e in tal modo la Corona rimaneva devoluta alla Principessa d'Orange. Essa era adunque di fatto Regina regnante. Alle Camere altro non rimaneva a fare che proclamarla. Ella poteva, se così le piacesse, nominare primo ministro il marito, e anche, assenziente il Parlamento, conferirgli il titolo di Re.
Coloro, che preferivano questo disegno a qualunque altro, erano pochi; ed era sicuro che verrebbe avversato da tutti quei che tuttavia serbavano qualche affetto per Giacomo, e da tutti i partigiani di Guglielmo. Pure Danby, fidando nella pratica ch'egli aveva della tattica parlamentare, e sapendo quanto possa, ogniqualvolta i grandi partiti trovinsi a un dipresso bilanciati, una piccola schiera di dissenzienti, non disperava di tenere sospeso il resultato della contesa, finchè entrambi, Whig e Tory, non avendo più speranza di piena vittoria, e tementi gli effetti dello indugiare, lo lasciassero agire come arbitro. E non era impossibile che gli riuscisse, se i suoi sforzi fossero stati secondati, anzi non fossero stati frustrati da colei ch'egli desiderava inalzare al fastigio della umana grandezza. Per quanto egli avesse occhio veggente e pratica negli affari, ignorava affatto la indole di Maria e lo affetto ch'ella nutriva pel suo consorte; nè Compton antico precettore di lei era meglio informato. Guglielmo aveva modi secchi e freddi, inferma salute, indole punto blanda; non era uomo da fare supporre che potesse ispirare una violenta passione ad una giovane di ventisei anni. Sapevasi ch'egli non era stato sempre rigorosamente fedele alla propria moglie; e i ciarlieri andavano dicendo ch'ella non menava felice la vita in compagnia di lui. I più sottili politici, perciò, non sospettarono mai che con tutti i suoi falli egli regnasse sul cuore di lei con un impero che non ottennero mai sul cuore di nessuna donna principi rinomatissimi pei loro successi nelle faccende d'amore, come a modo d'esempio Francesco I ed Enrico Quarto, Luigi XIV e Carlo Secondo, e che i tre regni aviti non fossero principalmente d'alcun valore agli occhi di lei, se non perchè, nel concederli allo sposo, poteva provargli quanto intenso e disinteressato era lo affetto ch'ella gli portava. Danby, affatto ignaro di coteste cose, le assicurò che egli avrebbe difesi i diritti di lei, e che, ove ella lo secondasse, sperava di porla sola sul trono(1297).
XXXIII. La condotta de' Whig era semplice e ragionevole. Professavano il principio che il nostro Governo era essenzialmente un contratto formato per una parte dal giuramento di fedeltà, e per un'altra dal giuramento della incoronazione, e che i doveri imposti da tale contratto erano scambievoli. Credevano che un Sovrano il quale abusasse gravemente de' propri poteri, potesse essere legittimamente avversato dal suo popolo e privato del trono. Ciò posto, nessuno negava che Giacomo avesse fatto grave abuso del proprio potere; e tutto il partito Whig era pronto a dichiararlo decaduto. Se il Principe di Galles fosse o non fosse legittimo, non era subietto meritevole d'essere discusso. Per escluderlo dal trono ora esistevano ragioni più forti di quelle che si potessero dedurre dalla qualità di sua nascita. Un bambino introdotto di soppiatto nel regio talamo poteva forse riuscire buon Re d'Inghilterra. Ma non era possibile sperarlo trattandosi d'un bambino cresciuto e educato da un padre ch'era il più stupido ed ostinato dei tiranni, in un paese straniero, sede del dispotismo e della superstizione; in un paese dove gli ultimi vestigi della libertà erano scomparsi; dove gli Stati Generali avevano cessato di ragunarsi; dove i Parlamenti da lungo tempo registravano senza la più lieve rimostranza i più oppressivi editti del Sovrano; dove il valore, lo ingegno, la dottrina sembravano esistere solamente a fine d'ingrandire un solo uomo; dove l'adulazione era precipuo subietto alla stampa, al pulpito, alla scena; e dove uno de' precipui subietti della adulazione era la barbara persecuzione della Chiesa Riformata. Era egli verosimile che sotto cosiffatta tutela e in quella cotale situazione il fanciullo imparasse rispetto verso le istituzioni della sua terra natia? Poteva egli dubitarsi che crescerebbe per essere lo schiavo de' Gesuiti e de' Borboni, che avrebbe più sinistri pregiudicii - se pure ciò era possibile - che qualunque altro de' precedenti Stuardi contro le leggi della Inghilterra?  I Whig inoltre non pensavano, che, avuto riguardo alle attuali condizioni della patria, fosse opera in sè stessa inconvenevole dipartirsi dalla ordinaria regola della successione. Opinavano che finchè tale regola rimaneva in vigore, le dottrine dell'indestruttibile diritto ereditario e della obbedienza passiva piacerebbero alla Corte, verrebbero inculcate dal clero, e rimarrebbero abbarbicate nelle menti del popolo. Seguiterebbe a prevalere la idea che la dignità regia è ordinamento di Dio con significato diverso da quello che s'intende dicendo ogni altra specie di Governo essere ordinamento di Dio. Era chiaro che finchè questa superstizione non fosse spenta, la Costituzione non avrebbe mai sicurtà: imperocchè una monarchia veramente limitata non può lungo tempo durare in una società che consideri la monarchia come cosa divina, e le limitazioni come trovati umani. Perchè il principato esista in perfetta armonia con le libertà nostre, è mestieri che esso non possa mostrare un titolo più alto e venerando di quello onde noi possediamo le nostre libertà. Il Re va quinci innanzi considerato come magistrato, alto magistrato, a dir vero, e degno di somma onoranza, ma, al pari di tutti gli altri magistrati, soggetto alla legge, e derivante la potestà sua dal cielo in senso non diverso da quello che potrebbe intendersi dicendo che le Camere de' Lordi e dei Comuni derivano la potestà loro dal cielo. Il modo migliore a conseguire un così salutare cangiamento sarebbe quello d'interrompere il corso della successione. Sotto sovrani i quali reputassero a un dipresso alto tradimento il predicare la non resistenza e la teoria del governo patriarcale, sotto sovrani la cui autorità derivando dalle deliberazioni delle due Camere non s'inalzasse di sopra alla sua sorgente, vi sarebbe poco pericolo di patire oppressione simile a quella che aveva per due generazioni costretti gl'Inglesi a correre alle armi contro gli Stuardi. Per cotali ragionamenti i Whig erano apparecchiati a dichiarare vacante il trono, a provvedervi per mezzo della elezione, e imporre al Principe da loro scelto condizioni tali che fermamente tutelassero il paese contro il pessimo Governo.
E oramai era arrivato il tempo di risolvere queste grandi questioni. All'alba del dì 22 gennaio la Camera de' Comuni era affollata di rappresentanti delle Contee e de' borghi. Sui banchi vedevansi molti visi ben noti in quel luogo sotto il regno di Carlo Secondo, ma che non vi s'erano più veduti sotto il suo successore. Molti di quegli scudieri Tory, e di que' bisognosi dipendenti dalla Corte i quali erano stati eletti deputati al Parlamento del 1685, avevano dato luogo ad uomini dello antico partito patriottico, a coloro che avevano strappato di mano alla Cabala il potere, votato l'Atto dell'Habeas Corpus, e mandato alla Camera de' Lordi la Legge d'Esclusione. Fra essi era Powle, uomo profondamente versato nella storia e nelle leggi del Parlamento, e dotato di quella specie di eloquenza che si richiede ogni qualvolta gravi questioni si agitano dinanzi a un Senato; e Sir Tommaso Littleton, versato nella politica europea e dotato di forte e sottile logica, con la quale sovente, dopo una lunga seduta, accesi i lumi, aveva ridesta la stanca camera, e deciso dell'esito della discussione. Eravi anco Guglielmo Sacheverell, oratore, la cui somma abilità parlamentare molti anni dipoi era tema prediletto ai discorsi di quei vecchi che vissero tanto da vedere i conflitti di Walpole e di Pulteney(1298). Con questi illustri uomini vedevasi Sir Roberto Clayton, il più ricco mercatante di Londra, il cui palazzo nel Ghetto Vecchio vinceva per magnificenza le magioni aristocratiche di Lincoln's Inn Fields e di Covent Garden, la cui villa sorgente tra i colli di Surrey veniva descritta come un Eden, i cui banchetti gareggiavano con quelli de' Re, e la cui giudiciosa munificenza, della quale fanno tuttora testimonio molti pubblici monumenti, lo avevano reso degno di occupare negli annali della Città un posto secondo solamente a quello di Gresham. Nel Parlamento che nel 1681 si tenne in Oxford, Clayton, come rappresentante la metropoli e ad istanza de' suoi elettori, aveva chiesto licenza di presentare la Legge d'Esclusione, ed era stato secondato da Lord Russell.
Nel 1685, la Città privata delle sue franchigie e governata dalle creature della Corte, aveva eletto quattro rappresentanti Tory. Ma ora le erano stati resi i perduti privilegi, ed aveva nuovamente eletto Clayton per acclamazione(1299). Nè deve tacersi di Giovanni Birch. Aveva incominciata la vita facendo il carrettiere, ma nelle guerre civili, lasciato il suo baroccio, si era fatto soldato, e inalzato al grado di Colonnello nello esercito della repubblica, aveva in alti uffici fiscali mostrato grande ingegno per gli affari, e comechè serbasse fino allo estremo suo dì i ruvidi modi del dialetto plebeo della sua giovinezza, mercè il suo vigoroso buon senso e il suo naturale acume, erasi acquistato tanta reputazione nella Camera de' Comuni da essere considerato qual formidabile avversario da' più compiti oratori del suo tempo(1300). Questi erano i più cospicui fra' veterani, i quali dopo un lungo ritiro ritornavano alla vita pubblica. Ma tosto furono vinti da due giovani Whig, i quali in cotesto solenne giorno sedevano per la prima volta nella Camera; inalzaronsi poi ai più alti onori dello Stato, fecero fronte alle più feroci procelle delle fazioni, ed avendo per lungo tempo goduta somma rinomanza di statisti, d'oratori, e di magnifici protettori degl'ingegni e del sapere, morirono nello spazio di pochi mesi, tosto dopo che la Casa di Brunswick ascese al trono d'Inghilterra. Costoro chiamavansi Carlo Montague e Giovanni Somers.
E' d'uopo fare menzione d'un altro nome, d'un nome allora noto a un piccolo drappello di filosofi, ma adesso pronunciato di là dal Gange e dal Mississipì con riverenza maggiore di quella che il mondo tributa alla memoria dei grandissimi guerrieri e regnatori. Fra la folla dei rappresentanti che stavansi in silenzio vedevasi la maestosa e pensosa fronte d'Isacco Newton. La famosa Università sulla quale il genio di lui aveva già incominciato ad imprimere un carattere peculiare, tuttora chiaramente visibile dopo lo spazio di centosessanta anni, lo aveva mandato suo rappresentante alla Convenzione; ed egli vi sedeva nella sua modesta grandezza, discreto ma incrollabile amico della libertà civile e religiosa.
XXXIV. Il primo atto della Convenzione fu quello di eleggere un Presidente; e la elezione da essa fatta indicò manifestissimamente la opinione che aveva rispetto alle grandi questioni che doveva risolvere. Fino alla vigilia dell'apertura delle Camere era bene inteso che Seymour sarebbe chiamato al seggio presidenziale. Ei lo aveva già per vari anni occupato, aveva titoli insigni e diversi a quella onorificenza, nobiltà di sangue, opulenza, sapere, esperienza, facondia. Aveva da lunghi anni capitanato una potente schiera di rappresentanti delle Contee occidentali. Benchè fosse Tory, nell'ultimo Parlamento s'era messo con notevole abilità e coraggio, a capo della opposizione contro il papismo e la tirannide. Era uno de' gentiluomini che primi accorsero al quartiere generale degli Olandesi in Exeter, e aveva formata quella lega, per vigore della quale i fautori del Principe s'erano vicendevolmente vincolati a vincere o morire insieme. Ma poche ore innanzi l'apertura delle Camere, corse la voce che Seymour era avverso a dichiarare vacante il trono. Appena, quindi, i banchi furono ripieni, il Conte di Wiltshire, che rappresentava la Contea di Hamp, levossi e propose Powle a presidente. Sir Vere Fane, rappresentante di Kent, secondò la proposta. Poteva farsi una ragionevole obiezione, perocchè si sapeva che una petizione doveva essere presentata contro la elezione di Powle; ma il grido generale della Camera lo chiamò al seggio; e i Tory reputarono prudente assentire(1301). Il bastone fu quindi posto sul banco; si lesse la lista de' rappresentanti, e i nomi di coloro che mancavano furono notati.
Intanto i Pari, in numero di circa cento, s'erano adunati, avevano eletto Halifax a presidente, e nominato vari reputati giureconsulti a fare l'ufficio che negli ordinari Parlamenti spetta ai Giudici. Per tutto quel giorno vi fu frequente comunicazione tra le due Camere. Furono d'accordo a pregare il Principe seguitasse ad amministrare il governo finchè gli farebbero sapere le deliberazioni loro, a significargli la loro gratitudine d'avere egli, con l'aiuto di Dio, liberata la nazione, e a stabilire che il 31 gennaio si osservasse come giorno di ringraziamento per la liberazione(1302).  Fin qui non era differenza alcuna di opinione: ma ambedue le parti apparecchiavansi alla lotta. I Tory erano forti nella Camera Alta, e deboli nella Bassa; e s'accorgevano che in quella congiuntura la Camera che fosse prima a prendere una risoluzione avrebbe gran vantaggio sopra l'altra. Non v'era la più lieve probabilità che i Comuni mandassero ai Lordi un voto a favore del disegno d'istituire una Reggenza: ma ove tal voto dai Lordi fosse mandato ai Comuni, non era onninamente impossibile che molti rappresentanti, anco Whig, inchinassero ad assentire più presto che incorrere nella grave responsabilità di far nascere discordia e indugio in una crisi che richiedeva unione e prestezza. I Comuni avevano deliberato che lunedì 28 di gennaio prenderebbero in considerazione le condizioni del paese. I Lordi Tory, perciò, proposero di discutere, nel venerdì 25, intorno al grande affare pel quale erano stati convocati. Ma le cagioni che a ciò li movevano furono chiaramente conosciute, e la loro tattica frustrata da Halifax, il quale dopo il suo ritorno da Hungerford aveva sempre veduto che il governo poteva riordinarsi solo a seconda de' principii de' Whig, e però s'era temporaneamente con costoro collegato. Devonshire propose che il martedì 29 fosse il giorno stabilito. "Allora" disse egli con più verità che discernimento "potrebbe venirci dalla Camera Bassa qualche lume che ci servisse di guida." La proposta fu approvata: ma le sue parole vennero severamente censurate da alcuni de' suoi confratelli come offensive alla dignità dell'ordine loro(1303).
XXXV. Il dì 28 i Comuni si formarono in Comitato generale. Un rappresentante, il quale trenta e più anni innanzi era stato uno de' Lordi di Cromwell, voglio dire Riccardo Hampden figlio dello illustre condottiero delle Testerotonde e padre dello sventurato gentiluomo, il quale con dispendiosi donativi ed abiette sommissioni aveva a mala pena campata la vita dalla vendetta di Giacomo, fu posto nel seggio; e il grande dibattimento ebbe principio.
In breve ora si vide che da una immensa maggioranza Giacomo non era più considerato come Re. Gilberto Dolben, figlio dello Arcivescovo di York, fu il primo a dichiarare la propria opinione. Fu sostenuto da molti, e in ispecie dallo audace e virulento Wharton; da Sawyer, il quale, facendo vigorosa opposizione alla potestà di dispensare, aveva in alcun modo scontato le antiche colpe; da Maynard, la cui voce, quantunque fosse cotanto fievole per la età da non giungere ai banchi distanti, imponeva tuttavia riverenza a tutti i partiti, e da Somers, che nella Sala del Parlamento mostrò per la prima volta in quel giorno luminosa eloquenza e svariata erudizione. Sir Guglielmo Williams con la sua fronte di bronzo e la sua lingua volubile sosteneva la predetta opinione. Era già stato profondamente implicato in tutti gli eccessi d'una pessima opposizione e d'un pessimo governo. Aveva perseguitati gl'innocenti papisti e i protestanti innocenti; era stato protettore d'Oates e strumento di Petre. Il suo nome era associato con una sediziosa violenza che tutti i rispettabili Whig con rincrescimento e vergogna ricordavano, e con gli eccessi del dispotismo aborriti dai Tory rispettabili. Non è facile intendere in che modo gli uomini possano vivere sotto il pondo di cotanta infamia: ma anche tanta infamia non bastava ad opprimere Williams. Non arrossì di vituperare il caduto padrone, al quale erasi venduto per far cose tali che nessun uomo onesto del ceto legale avrebbe mai fatte, e dal quale dopo sei mesi aveva ricevuta la dignità di baronetto come ricompensa di servilità.
Tre soli si rischiarono di opporsi a quella che evidentemente era opinione universale di tutta l'assemblea. Sir Cristoforo Musgrave, gentiluomo Tory di gran conto ed abilità, espresse alcuni dubbi. Heneage Finch si lasciò uscire di bocca alcune parole, le quali erano intese a insinuare si aprissero pratiche col Re. Questo suggerimento fu così male accolto, ch'egli fu costretto a spiegarsi. Protestò d'essere stato frainteso(1304), esser convinto che sotto un tale Principe non sarebbero sicure la religione, la libertà, le sostanze; richiamare Re Giacomo e secolui trattare, essere un fatale provvedimento; ma molti che non consentivano ch'egli esercitasse la potestà regia, scrupoleggiare nel volerlo privare del regio titolo. L'unico espediente che poteva far cessare ogni difficoltà era l'istituire una Reggenza. La proposta piacque sì poco che Finch non ebbe animo di chiedere si ponesse ai voti. Riccardo Fanshaw, Visconte Fanshaw del Regno d'Irlanda, disse poche parole a favore di Giacomo e propose la discussione si aggiornasse; ma la proposta provocò universale riprovazione. I rappresentanti, l'uno dopo l'altro, affaccendavansi a mostrare la importanza del far presto. Dicevano i momenti essere preziosi, intensa la pubblica ansietà, sospeso il commercio. La minoranza con tristo animo si sobbarcò, lasciando che il partito predominante procedesse per la intrapresa via.
XXXVI. Quale sarebbe stata questa via non si poteva chiaramente conoscere: avvegnachè la maggioranza si componesse di due classi d'uomini. Gli uni erano ardenti e virulenti Whig, i quali ove fossero lasciati liberi d'ogni intoppo avrebbero dato ai procedimenti della Convenzione un carattere affatto rivoluzionario. Gli altri ammettevano la necessità d'una rivoluzione, ma la consideravano come un necessario male, e desideravano mascherarla, per quanto fosse possibile, con la sembianza della legittimità. I primi richiedevano si riconoscesse distintamente nei sudditi il diritto di detronizzare i principi; i secondi desideravano di liberare la patria da un cattivo principe senza promulgare alcun principio di cui si potesse fare abuso a fine di indebolire la giusta e salutare autorità de' futuri monarchi. Gli uni discorrevano principalmente del mal governo del Re; gli altri della sua fuga. Quegli lo consideravano come decaduto; questi pensavano ch'egli avesse abdicato. Non era agevole formulare un pensiero in modo da essere approvato da coloro il cui assenso era importante; ma in fine dei molti suggerimenti che si facevano da tutte le parti, formarono una deliberazione che riuscì a tutti soddisfacente. Fu proposto si dichiarasse, che il Re Giacomo Secondo, intento a distruggere la Costituzione del Regno, rompendo il primitivo contratto tra Re e popolo, e pei consigli de' Gesuiti e di altri malvagi uomini avendo violato le leggi fondamentali, ed essendo fuggito dal Regno, aveva abdicato il governo, per la quale cosa il trono era divenuto vacante.
Questa deliberazione è stata spesso sottoposta a critica sottile e severa quanto non lo fu mai sentenza alcuna scritta dalla mano dell'uomo: e forse non vi fu mai sentenza umana che sia meno meritevole di siffatta critica. Che un Re facendo grave abuso del proprio potere possa perderlo, è vero. Che un Re che fugga senza provvedere al Governo e lasci i suoi popoli in istato d'anarchia, possa senza molta stiracchiatura di parole considerarsi come colui che ha abdicato anche il suo ufficio, è pur vero. Ma nessuno scrittore accurato affermerebbe che il tristo governo lungamente continuato e la diserzione, congiunti insieme, costituiscano un atto d'abdicazione. E' del pari evidente che il rammentare i Gesuiti e gli altri sinistri consiglieri di Giacomo indebolisce, invece di afforzare, il caso contro lui. Perciocchè certo e' si deve maggiore indulgenza ad un uomo traviato da perniciosi consigli, che ad un uomo il quale per semplice tendenza di sua indole commetta il male. Non importa ciò nonostante esaminare coteste memorande parole come esamineremmo un capitolo d'Aristotele o di Hobbes; esse vanno considerate non come parole, ma come fatti. Se producono ciò che devono, sono ragionevoli ancorchè possano sembrare contradittorie. Se falliscono al fine loro, sono assurde quando anche avessero la evidenza d'una dimostrazione. La logica non transige. La politica consiste essenzialmente nella transazione. Non è quindi cosa strana che alcuni de' più importanti e utili documenti del mondo si annoverino fra i componimenti più illogici che sieno stati mai scritti. Lo scopo di Somers, di Maynard e degli altri cospicui uomini che formularono quella celebre proposta, fu non di lasciare alla posterità un modello di definizione e di partizione, ma di rendere impossibile la ristaurazione d'un tiranno, e porre sul trono un Sovrano sotto il quale le leggi e la libertà non pericolassero. Questo scopo conseguirono adoperando un linguaggio che in un trattato filosofico verrebbe equamente tacciato di inesattezza e confusione. Poco badavano se la maggiore concordasse con la conclusione, mentre l'una procacciava loro duecento voti, e la conclusione altrettanti. Infatti la sola bellezza di quella deliberazione consiste nella sua incoerenza. Conteneva una frase atta a satisfare ogni frazione della maggioranza. Il rammentare il primitivo contratto piaceva ai discepoli di Sidney. La parola abdicazione appagava i politici d'una più timida scuola. Erano senza dubbio molti fervidi protestanti i quali rimanevano soddisfatti della censura gettata su' Gesuiti. Pel vero uomo di Stato la sola clausula importante era quella che dichiarava vacante il trono; e ove ei potesse farla abbracciare, poco gl'importava il preambolo. La forza che in tal modo trovossi raccolta rese disperata ogni resistenza. La proposta venne adottata senza voto dalla Commissione. Fu ordinato di farne in sull'istante la relazione. Powle ritornò al seggio; il bastone fu posto sul banco: Hampden lesse, la Camera assentì alla relazione, e gli ordinò la portasse alla Camera de' Lordi(1305).
La dimane i Lordi ragunaronsi a buon'ora. I banchi de' Pari sì spirituali che secolari erano affollati. Hampden comparve alla sbarra e pose la deliberazione de' Comuni nelle mani di Halifax. La Camera Alta si formò in Comitato, e Danby fu fatto presidente.
La discussione fu poco dopo interrotta da Hampden che ritornava con un altro messaggio. La Camera riprese la seduta: fu annunziato che i Comuni avevano reputato incompatibile con la sicurezza e col bene di questa nazione protestante l'essere governata da un Re papista. A questa deliberazione, evidentemente inconciliabile con la dottrina dello indestruttibile diritto ereditario, i Pari dettero immediato e unanime assenso. Questo principio in tal guisa affermato, da allora fino ad oggi è stato tenuto sacro da tutti gli statisti protestanti, e da tutti i cattolici ragionevoli non è stato creduto soggetto ad obiezioni. Se i nostri sovrani fossero al pari del presidente degli Stati Uniti, semplici ufficiali civili, non sarebbe facile difendere tale restrizione. Ma dacchè alla Corona inglese è annessa la qualità di capo della Chiesa Anglicana, non v'è intolleranza nel dire che una Chiesa non dovrebbe essere soggetta ad un capo che la consideri come scismatica ed eretica(1306).
Dopo questa breve interruzione i Lordi nuovamente formaronsi in Comitato. I Tory insistevano perchè il loro disegno si discutesse prima che venisse preso in considerazione il voto dei Comuni che dichiarava vacante il trono. Ciò fu loro concesso; e fu posta la questione se una Reggenza, esercitando il regio potere, vita durante di Giacomo, ed in suo nome, sarebbe il migliore espediente a salvare le leggi e la libertà della nazione.
La disputa fu lunga ed animata. I principali propugnatori della Reggenza erano Rochester e Nottingham. Halifax e Danby difendevano la contraria opinione. Il Primate - strano a dirsi! - non comparve, quantunque i Tory vivamente lo importunassero perchè si ponesse a capo loro. La sua assenza gli provocò contro molte aspre censure; e gli stessi suoi apologisti non hanno potuto addurre alcuna ragione che lo purghi del biasimo(1307). Era egli l'autore del disegno d'istituire una Reggenza. Pochi giorni innanzi in un foglio scritto di sua mano aveva asserito quel disegno essere manifestamente il migliore che si potesse trovare. Le deliberazioni dei Lordi i quali lo sostenevano avevano avuto luogo in casa di lui. Era suo debito dichiarare in pubblico i propri intendimenti. Nessuno potrebbe tenerlo in sospetto di codardia o di volgare cupidigia. E' fu probabilmente per paura di far male in cosa di tanto momento ch'egli non fece nulla; ma avrebbe dovuto sapere che un uomo nella sua posizione, non facendo nulla, faceva male. Un uomo che abbia scrupolo di assumere grave responsabilità in una solenne crisi, dovrebbe averlo parimenti ad accettare l'ufficio di primo ministro della Chiesa e primo Pari del Regno.
Non è strana cosa, nondimeno, che la mente di Sancroft non fosse tranquilla; imperocchè egli non poteva essere tanto cieco da non vedere che il disegno da lui agli amici suoi proposto era estremamente incompatibile con tutto ciò che egli e i suoi confratelli avevano per molti anni insegnato. Che il Re avesse diritto divino e indistruttibile al potere regio, e che al potere regio, anche quando ne venga fatto enorme abuso, non si potesse senza peccato opporre resistenza, era dottrina della quale la Chiesa Anglicana andava da lunghi anni orgogliosa. Questa dottrina significava ella in que' tempi che il Re aveva un divino e indistruttibile diritto ad avere la effigie e il nome suo intagliati sopra un sigillo, che doveva quotidianamente adoperarsi, suo malgrado, onde apprestare ai suoi nemici i mezzi di fargli la guerra, e mandare gli amici di lui alle forche come rei di avergli obbedito? Tutto il debito di un buon suddito consisteva egli nell'usare il vocabolo Re? Così essendo, Fairfax in Naseby e Bradshau nell'Alta Corte di Giustizia avevano adempito tutti i doveri di buoni sudditi: imperciocchè Carlo dai Generali che gli guerreggiavano contro, ed anche da' giudici che lo condannarono, veniva chiamato Re. Nulla nella condotta del Lungo Parlamento era stato più severamente biasimato dalla Chiesa che l'ingegnoso artificio di usare il nome di Carlo contro Carlo stesso. A ciascuno de' ministri della Chiesa era stato imposto di firmare una dichiarazione che condannava come proditoria la finzione onde l'autorità del Sovrano veniva separata dalla sua persona(1308). Eppure cotesta proditoria finzione era adesso considerata dal Primate e da' suoi suffraganei come la sola base sopra la quale, in stretta uniformità ai principii del Cristianesimo, si potesse erigere un governo.
La distinzione che Sancroft aveva preso dalle Testerotonde della precedente generazione, sovvertiva dalle fondamenta il sistema politico che la Chiesa e le Università pretendevano avere imparato da' libri di San Paolo. Lo Spirito Santo - era stato le mille volte ridetto - aveva comandato ai Romani d'obbedire a Nerone. Ed ora parea che tale precetto significasse che i Romani dovessero chiamare Nerone Augusto. Erano perfettamente liberi di cacciarlo oltre l'Eufrate, mandarlo a mendicare fra' Parti, opporgli la forza ove avesse tentato di ritornare, punire tutti coloro che osassero aiutarlo e tenere con lui corrispondenza, e concedere la potestà tribunizia e la consolare, la presidenza del Senato e il comando delle Legioni a Galba o a Vespasiano.
L'analogia che lo Arcivescovo immaginò d'avere scoperta tra il caso di un Re perverso e quello di un Re maniaco non è degna del più lieve esame. Era chiaro non trovarsi Giacomo in quello stato di mente in cui, ove egli fosse stato un gentiluomo rurale o un mercatante, qualunque tribunale lo avrebbe dichiarato inetto a fare un contratto o un testamento. Egli era dissennato nel modo che lo sono tutti i Re malvagi; come era Carlo Primo quando andò ad arrestare i cinque rappresentanti de' Comuni; Carlo Secondo quando concluse il trattato di Dover. Se questa sorte d'infermità mentale non giustifica i sudditi che negano d'obbedire ai principi, il disegno d'istituire una Reggenza era evidentemente inammissibile; se giustifica i sudditi che negano d'obbedire ai principi, la dottrina della non resistenza era pienamente rovesciata; e tutto ciò per cui ogni moderato Whig aveva lottato trovavasi pienamente ammesso.
Quanto al giuramento di fedeltà, pel quale Sancroft e i suoi discepoli provavano tanta ansietà, una cosa almeno è chiara, cioè che, chiunque avesse ragione, essi avevano torto. I Whig pensavano che nel giuramento d'obbedienza erano sottintese certe condizioni, che il Re le aveva violate, e quindi il giuramento era divenuto nullo. Ma se la dottrina de' Whig era falsa, se il giuramento seguitava ad essere obbligatorio, potevano veramente credere gli uomini assennati che votando la Reggenza scanserebbero la colpa di spergiuri? Potevano essi affermare che rimanevano veramente fidi a Giacomo mentre, in onta alle proteste ch'egli faceva al cospetto di tutta Europa, essi davano ad altri la potestà di riscuotere la pubblica pecunia, convocare e prorogare il Parlamento, creare Duchi e Conti, nominare Vescovi e Giudici, graziare i rei, comandare le forze dello Stato, e concludere trattati con le Potenze straniere? Aveva egli il Pascal potuto trovare, in tutte le frenesie de' casisti gesuiti, un sofisma più spregevole di quello che adesso, a quanto parea, bastava a calmare le coscienze de' Padri della Chiesa Anglicana?
Era evidentissimo che il disegno d'instituire una Reggenza non si poteva difendere che coi principii dei Whig. Tra i ragionatori che sostenevano quel disegno e la maggioranza della Camera de' Comuni non vi poteva essere disputa circa la questione del diritto. E' non rimaneva altro che la questione dell'utilità. E poteva un grave uomo di Stato pretendere essere utile costituire un governo con due capi, dando ad uno il regio potere senza la dignità regia, e all'altro la dignità regia senza il regio potere? Era chiaro che un simile ordinamento, anche reso necessario dalla infanzia o dalla demenza del Principe, recava seco gravissimi inconvenienti. Che i tempi di Reggenza fossero tempi di debolezza, di perturbamenti e di disastri, era verità provata dalla intera storia d'Inghilterra, di Francia, e di Scozia, ed era quasi divenuta proverbio. Pure, in un caso d'infanzia o di demenza, il Re per lo meno era passivo. Non poteva di fatto controbilanciare il Reggente. Ciò che ora proponevasi era che la Inghilterra avesse due primi magistrati d'età matura e di mente sana, che vicendevolmente si facessero implacabile guerra. Era assurdo discorrere di lasciare a Giacomo il nudo nome di Re e privarlo al tutto del potere regio; perocchè il nome era parte di quel potere; il vocabolo Re era parola di prestigio. Nella mente di molti Inglesi era congiunto con la idea di un carattere misterioso derivato dal cielo, e nella mente di quasi tutti gl'Inglesi con la idea di autorità legittima e veneranda. Certo se il titolo aveva tanto potere, coloro i quali sostenevano che Giacomo dovesse essere privato d'ogni potere, non potevano negare ch'egli dovesse essere privato del titolo.
E fino a quando doveva egli durare lo strano governo proposto da Sancroft? Tutti gli argomenti che potevano addursi per istituirlo, si potevano con uguale forza addurre per mantenerlo sino alla fine de' secoli. Se il pargoletto trasportato in Francia era veramente nato dalla Regina, doveva ereditare il divino e inalienabile diritto di essere chiamato Re. Il medesimo diritto probabilmente sarebbe stato trasmesso di papista in papista per gl'interi secoli decimottavo e decimonono. Ambo le Camere avevano ad unanimità deliberato non dovere la Inghilterra essere governata da un papista. Poteva quindi darsi che di generazione in generazione il governo seguitasse ad essere amministrato da Reggenti a nome di Re raminghi e mendicanti. Non era dubbio che i Reggenti dovessero essere eletti dal Parlamento. Lo effetto, dunque, di questo disegno, trovato a serbare intatto il sacro principio della monarchia ereditaria, sarebbe stato quello di rendere elettiva la monarchia.
Un'altra invincibile ragione fu addotta contro il disegno di Sancroft. Era nel libro degli Statuti una legge fatta tosto dopo la lunga e sanguinosa contesa tra la Casa di York e quella di Lancaster, a fine d'evitare che si rinnovassero le calamità che le vicendevoli vittorie delle predette Case avevano cagionato ai Nobili e gentiluomini del reame. Questa legge provvedeva che niuno, aderendo al Re in possesso del trono, incorrerebbe nelle pene di tradigione. Allorquando i regicidi furono processati dopo la Restaurazione, taluni di loro insisterono per essere giudicati secondo quella legge. Dicevano d'avere obbedito al governo esistente di fatto, e però non essere traditori. I giudici ammisero che tale difesa sarebbe stata buona ove gli accusati avessero agito sotto l'autorità di un usurpatore, il quale, come Enrico Quarto e Riccardo Terzo, portasse il titolo di Re, ma dichiararono che non poteva giovare ad uomini i quali accusarono, condannarono e giustiziarono uno che nell'atto dell'accusa, della sentenza e della esecuzione, era designato col nome di Re. Ne seguiva quindi che chiunque sostenesse un Reggente in opposizione a Giacomo, correrebbe gran rischio di essere impiccato, trascinato e squartato, ove Giacomo ricuperasse il potere sovrano; ma nessuno, senza violare la legge in modo tale che forse nè anche Jeffreys si rischierebbe ad usare, potrebbe essere punito aderendo ad un Re che regnava, quantunque contro ogni diritto, in Whitehall contro un Re legittimo il quale era esule in Saint-Germain(1309).
E' pare che i sopra esposti argomenti non ammettessero risposta; e furono energicamente addotti da Danby il quale aveva arte maravigliosa a rendere chiara alla più torpida mente ogni cosa ch'ei prendeva a dimostrare, e da Halifax il quale per abbondanza di concetti e splendore di locuzione non era pareggiato da nessuno fra gli oratori di quella età. Nondimeno erano così potenti e numerosi i Tory nella Camera Alta, che, nonostante la debolezza della causa loro, la diserzione del loro capo, e l'abilità de' loro oppositori, furono presso a trionfare in quel giorno. I votanti erano cento. Quarantanove votarono per la Reggenza, cinquantuno contro. Colla minoranza erano i figli naturali di Carlo, i cognati di Giacomo, i Duchi di Somerset e d'Ormond, lo Arcivescovo di York e undici vescovi. Nessuno de' prelati, salvo Compton e Trelawney, votò con la maggioranza(1310).
Erano vicine le ore nove della sera quando fu levata la seduta nella Camera de' Lordi. Il dì che seguiva era il 30 gennaio, anniversario della morte di Carlo Primo. Il clero anglicano per molti anni aveva reputato debito sacro inculcare in quel giorno le dottrine della non resistenza e della obbedienza passiva. Ora i suoi vecchi sermoni giovavano poco; e molti teologi perfino dubitavano se potessero rischiarsi a leggere per intero la liturgia. La Camera Bassa aveva dichiarato vacante il trono. L'Alta non aveva per anche espressa alcuna opinione. Non era quindi facile cosa decidere se si dovessero recitare le preci pel Sovrano. Ogni ministro nel compiere i divini uffici seguì il proprio talento. Nella più parte delle chiese della metropoli le preghiere per Giacomo furono omesse: ma in Santa Margherita, Sharp Decano di Norwich, richiesto di predicare dinanzi ai Comuni, non solo lesse in faccia a loro l'intero servizio come era scritto nel libro, ma prima di incominciare il sermone invocò con sue proprie parole il cielo perchè benedicesse il Re, e verso la fine del suo discorso declamò contro la dottrina gesuitica che insegnava potere i principi essere legalmente detronizzati dai loro sudditi. Quel dì stesso il Presidente alla Camera mosse querela di tal affronto dicendo: "Voi un giorno votate un provvedimento, e il dì dopo viene contraddetto dal pulpito al cospetto vostro." Sharp fu energicamente difeso dai Tory, e trovò amici anche fra' Whig: imperocchè rammentavano tuttavia ch'egli aveva corso gravissimo pericolo allorquando nei tristi tempi ebbe il coraggio, malgrado il divieto del Re, di predicare contro il papismo. Sir Cristoforo Musgrave ingegnosissimamente notò non avere la Camera ordinato la pubblicazione della deliberazione che dichiarava vacante il trono. Sharp adunque non solo non era tenuto a saperla, ma non ne avrebbe potuto parlare senza violare i privilegi parlamentari, pel quale attentato avrebbe corso rischio di essere chiamato alla sbarra e prostrato sulle proprie ginocchia sostenere una riprensione. La maggioranza conobbe non essere savio partito in quel momento attaccar lite col clero; e troncò la questione(1311).
Mentre i Comuni discutevano intorno al sermone di Sharp, i Lordi si erano di nuovo costituiti in Comitato per considerare le condizioni del paese, ed avevano ordinato che venisse paragrafo per paragrafo letta la deliberazione che dichiarava vacante il trono.
La prima espressione che fece nascere una disputa era dove si ammetteva il contratto originale tra Re e popolo. Non era da aspettarsi che i Pari Tory lasciassero passare una frase che conteneva la quintessenza delle opinioni de' Whig. Si venne ai voti; e risultò con cinquantatre favorevoli sopra quarantasei contrari che le controverse parole rimarrebbero.
Presero poscia in considerazione il severo biasimo che i Comuni avevano dato al governo di Giacomo e fu unanimemente approvato. Sorse qualche obiezione verbale contro la proposizione in cui si affermava che Giacomo aveva abdicato. Fu proposto si correggesse con dire ch'egli aveva abbandonato il Governo. Questa emenda fu abbracciata, a quanto sembra, quasi senza dibattimento nè votazione. Essendo già tardi, i Lordi aggiornarono la tornata(1312).
XXXVII. Fin qui la piccola schiera dei Pari, guidati da Danby, aveva agito d'accordo con Halifax e coi Whig. Tale unione aveva fatto sì che il disegno d'instituire una Reggenza era stato rigettato, ed abbracciata la dottrina del contratto originale. La proposizione che Giacomo aveva cessato d'essere Re era stata il punto di congiunzione de' due partiti che formavano la maggioranza. Ma da quel punto l'uno dall'altro divergeva. La questione che doveva poscia risolversi era, se il trono fosse da considerarsi vacante; questione non di semplici parole, ma di grave importanza pratica. Se il trono era vacante, gli Stati del reame potevano darlo a Guglielmo. Se non era vacante, ei poteva succedere soltanto dopo la sua consorte, la Principessa Anna e i discendenti di lei.
Secondo i seguaci di Danby era massima stabilita non potere la patria nostra nemmeno per un istante trovarsi senza legittimo Principe. L'uomo poteva morire; ma il magistrato era immortale. L'uomo poteva abdicare; ma il magistrato era irremovibile. Se noi - ragionavano essi - una volta ammettiamo il trono essere vacante, ammettiamo che la nostra monarchia è elettiva. Il monarca che vi poniamo diventa un Sovrano non secondo la forma d'Inghilterra, ma secondo quella di Polonia. Quando anche scegliessimo l'individuo stesso destinato a regnare per diritto di nascita, quell'individuo tuttavia regnerebbe non per diritto di nascita, ma per virtù della nostra elezione, e prenderebbe come dono ciò che dovrebbe considerarsi retaggio. La salutare riverenza tributata finora al sangue regio e all'ordine della primogenitura verrebbe grandemente scemata. Il male si farebbe anco maggiore se noi non solo dessimo il trono per elezione; ma lo dessimo a un principe il quale indubitatamente avesse i requisiti di un grande ed ottimo regnatore, e il quale ci avesse maravigliosamente liberati, ma non fosse primo e nè anco secondo nell'ordine della successione. Se una volta diciamo che il merito, ancorchè eminente, è un diritto per acquistare la Corona, distruggiamo i fondamenti del nostro ordinamento politico, e stabiliamo un esempio, del quale ogni guerriero o statista ambizioso che avesse reso grandi servigi al pubblico sarebbe tentato a giovarsi. Questo pericolo scansiamo seguendo logicamente i principii della Costituzione fino alle ultime conseguenze loro. Lo accesso alla Corona era aperto come alla morte del principe regnante: da quel momento medesimo il più prossimo erede diventò nostro legittimo Sovrano. Noi consideriamo la Principessa d'Orange come la più prossima erede, sosteniamo quindi che si debba senza il minimo indugio proclamare, quale è difatto, nostra Regina.
I Whig rispondevano essere scempiezza applicare le regole ordinarie ad un paese in istato di rivoluzione, la gran questione non doversi decidere coi dettati de' pedanti curiali, e dovendosi a quel modo decidere, quei dettati potersi da ambe le parti addurre. Se era massima di legge che il trono non poteva essere giammai vacante, era parimente massima di legge che un uomo non poteva avere un erede, che, lui vivente, succeda. Giacomo era vivente. In che modo adunque la Principessa d'Orange poteva ella succedergli? Vero era che le leggi dell'Inghilterra avevano pienamente provveduto alla successione nel caso in cui il potere d'un sovrano e la sua vita naturale finissero ad un tempo, ma non avevano provveduto pe' casi in cui il suo potere cessasse innanzi ch'egli finisse di vivere; e la Convenzione ora doveva risolvere uno di questi rarissimi casi. Che Giacomo non possedeva più il trono, ambedue le Camere avevano dichiarato. Nè il diritto comune nè gli statuti designavano individuo alcuno che avesse diritto ad ascendere sul trono nel tempo che intercedeva tra la decadenza del Re e la sua morte. Ne seguiva dunque che il trono era vacante, e che le Camere potevano invitare il Principe d'Orange ad ascendervi. Ch'egli non fosse il più prossimo erede nell'ordine della discendenza, era vero: ma ciò non nuoceva punto, anzi era un positivo vantaggio. La monarchia ereditaria era una buona istituzione politica, ma non era in nulla più sacra delle altre buone istituzioni politiche. Sventuratamente i bacchettoni e servili teologi l'avevano fatta diventare mistero religioso, imponente e incomprensibile quasi al pari della transustanzazione. Primissimo scopo degli statisti inglesi doveva essere quello di mantenere la istituzione e a un tempo distrigarla dalle abiette e malefiche superstizioni fra le quali dianzi era stata involta, sì che invece di essere un bene riusciva dannosa alla società; e a cotesto scopo si giungerebbe meglio, pria deviando alquanto e per un tempo dalla regola generale della discendenza, per poscia ritornarvi.  XXXVIII. Molti sforzi furono fatti per impedire ogni aperta rottura tra i partigiani del Principe e quei della Principessa. Si tenne un'adunanza in casa del Conte di Devonshire, e vi fu caldo contendere. Halifax era il precipuo propugnatore di Guglielmo, Danby lo era di Maria. Danby non conosceva punto lo intendimento di Maria. Da qualche tempo era aspettata in Londra, ma l'avevano trattenuta in Olanda prima i massi di ghiaccio che impedivano il corso de' fiumi, e, strutto il ghiaccio, i venti che spiravano forte da ponente. Se ella fosse giunta più presto, la contesa probabilmente si sarebbe a un tratto calmata. Halifax dall'altro canto non aveva potestà di dire alcuna cosa in nome di Guglielmo. Il Principe, fedele alla promessa di lasciare alla Convenzione l'incarico di riordinare il governo, s'era tenuto in impenetrabile riserbo e non s'era lasciato sfuggire parola, sguardo o gesto, che esprimesse satisfazione o dispiacere. Uno degli Olandesi fidatissimo del Principe, invitato all'adunanza, fu dai Pari istantemente sollecitato desse loro qualche informazione. Ei si scusò lungamente. Infine cedè alle loro istanze sino a dire: "Io altro non posso che indovinare lo intendimento di Sua Altezza. Se desiderate sapere ciò che io ne indovino, credo che egli non amerà mai d'essere il ciamberlano di sua moglie: del resto non so nulla." - "E non per tanto adesso io ne so qualcosa" disse Danby, "ne so abbastanza, ne so molto." Quindi si partì, e l'assemblea si disciolse(1313).
Il dì 31 gennaio la disputa che privatamente era finita nella sopra narrata guisa, fu pubblicamente rinnovata nella Camera de' Pari. Quel giorno era stato stabilito come solennità di rendimento di grazie. Vari vescovi, fra' quali erano Ken e Sprat, avevano composta una forma di preghiera adatta alla circostanza. E' al tutto libera dalla adulazione e dalla malignità onde spesso in quella età erano deturpati simili componimenti; e meglio di qualunque altra forma di preghiera fatta per occasione speciale nello spazio di due secoli, sostiene il paragone con quel gran modello di casta, alta e patetica eloquenza, cioè col Libro delle Preghiere Comuni. I Lordi la mattina si condussero all'abadia di Westminster. I Comuni avevano desiderato che Burnet predicasse in Santa Margherita. Non era verosimile ch'egli cadesse nel medesimo errore che il dì precedente in quello stesso luogo altri aveva commesso. Non è dubbio che il suo vigoroso ed animato discorso ponesse in commovimento gli uditori. Non solo fu stampato per ordine della Camera, ma tradotto in francese per edificazione dei protestanti stranieri(1314). Il giorno si chiuse con le feste consuete in simili solennità. Tutta la città risplendeva con fuochi di gioia e luminarie: il rimbombo de' cannoni e il suono delle campane durò fino a notte inoltrata: ma innanzi che i lumi fossero spenti e le strade in silenzio, era seguito un evento che raffreddò la pubblica esultanza.
XXXIX. I Pari dall'Abadia andati alla Camera avevano ripresa la discussione sopra le condizioni della nazione. Le ultime parole della deliberazione de' Comuni vennero prese in considerazione; e tosto chiaramente si vide che la maggioranza non era inchinevole ad approvarle. Ai circa cinquanta Lordi i quali sostenevano che il titolo di Re apparteneva sempre a Giacomo si aggiunsero altri sette o otto i quali dianzi volevano che fosse già devoluto a Maria. I Whig vedendosi vinti di numero, si provarono di venire a patti. Proposero di levare le parole che dichiaravano vacante il trono, e di semplicemente proclamare Re e Regina il Principe e la Principessa. Era evidente che tale dichiarazione comprendeva, benchè non lo affermasse espressamente, tutto ciò che i Tory repugnavano a concedere: imperocchè nessuno poteva pretendere che Guglielmo fosse succeduto alla dignità regia per diritto di nascita. Approvare quindi una deliberazione che lo riconoscesse era un atto d'elezione; e in che guisa poteva esservi elezione senza vacanza? La proposta de' Lordi Whig fu rigettata con cinquantadue voti contro quarantasette. Allora posero la questione se il trono fosse vacante. Gli approvanti furono quarantuno, i neganti cinquantacinque. Della minoranza trentasei protestarono(1315).
XL. Nei due giorni susseguenti Londra era piena di ansietà e inquietudine. I Tory cominciarono a sperare di potere nuovamente con migliore esito mettere innanzi il loro prediletto disegno d'instituire una Reggenza. Forse lo stesso Principe, vedendo perduta ogni speranza di acquistare la Corona, preferirebbe il progetto di Sancroft a quello di Danby. Certo era meglio essere Re che Reggente; ma era anche meglio essere Reggente che Ciamberlano. Dall'altro canto la più bassa e feroce classe de' Whig, i vecchi emissari di Shaftesbury, e i vecchi complici di College, cominciarono ad affaccendarsi nella città. Si videro turbe affollarsi in Palace Yard, e prorompere in parole di minacce. Lord Lovelace il quale era in sospetto di avere suscitato il tafferuglio, annunziò ai Pari ch'egli aveva lo incarico di presentare una petizione nella quale si domandava che in sull'istante il Principe e la Principessa d'Orange venissero dichiarati Re e Regina. Gli fu domandato chi fossero coloro che avevano firmata la petizione. "Nessuno finora vi ha posto la mano" rispose egli, "ma quando ve la porterò, vi saranno mani tante che bastino." Tale minaccia impaurì e disgustò il suo proprio partito. E veramente i più cospicui Whig avevano, anche più de' Tory, bramosia che le deliberazioni della Convenzione fossero perfettamente libere, e che nessuno dei fautori di Giacomo potesse allegare che alcuna delle Camere fosse stata costretta dalla forza. Una petizione simile a quella affidata a Lovelace fu presentata alla Camera dei Comuni, ma venne sprezzantemente respinta. Maynard fu primo a protestare contro la canaglia delle strade che tentava d'intimorire gli Stati del reame. Guglielmo chiamò a sè Lovelace, lo rimproverò severamente, e ordinò che i magistrati agissero con vigore contro gl'illeciti assembramenti(1316). Non è cosa nella storia della nostra rivoluzione che meriti d'essere ammirata e tolta ad esempio, quanto il modo onde i due partiti della Convenzione, nel momento in cui più fervevano le loro contese, si congiunsero come un solo uomo per resistere alla dittatura della plebaglia di Londra.
XLI. Ma quantunque i Whig fossero pienamente deliberati di mantenere l'ordine e rispettare la libertà de' dibattimenti, erano parimente determinati di non fare alcuna concessione. Il sabato, 2 febbraio, i Comuni senza votazione decisero di starsi fermi nella forma primitiva della loro deliberazione. Giacomo, come sempre, venne in aiuto de' suoi nemici. Era pur allora arrivata a Londra una lettera di lui diretta alla Convenzione. Era stata trasmessa a Preston dallo apostata Melfort, il quale era grandemente favorito in Saint-Germain. Il nome di Melfort era in abominio ad ogni Anglicano. L'essere egli ministro confidente di Giacomo bastava a dimostrare che la costui demenza ed ostinatezza erano infermità incurabili. Nessun membro dell'una o dell'altra Camera si rischiò a proporre la lettura di un foglio che veniva da quelle cotali mani. Non per tanto il contenuto era ben noto alla città tutta. La Maestà Sua esortava i Lordi e i Comuni a non disperare della sua clemenza, e benevolmente prometteva di perdonare coloro che lo avevano tradito, tranne pochi ch'egli non nominava. Come era egli possibile fare alcuna cosa a pro d'un Principe, il quale, vinto, abbandonato, bandito, vivente di limosine, diceva a coloro che erano arbitri delle sue sorti, che ove lo ponessero nuovamente sul trono, non impiccherebbe che pochi di loro?
XLII. La contesa tra le due Camere durò alcuni altri giorni. Il lunedì 4 di febbraio i Pari deliberarono d'insistere sulle loro modificazioni: ma fu messa nel processo verbale una protesta firmata da trentanove membri(1317).  Il giorno dopo i Tory pensarono di far prova della forza loro nella Camera Bassa; vi concorsero assai numerosi, e fecero la proposta di assentire alle modificazioni de' Lordi. Coloro che erano pel progetto di Sancroft e coloro che erano pel progetto di Danby votarono insieme: ma furono vinti da duecentottantadue voti contro centocinquantuno. La Camera allora deliberò di avere un libero colloquio coi Lordi(1318).
Nello stesso tempo potenti sforzi facevansi fuori le mura del Parlamento affine che la contesa fra le due Camere cessasse. Burnet si reputò dalla importanza della crisi giustificato a divulgare le mire secrete confidategli dalla Principessa. Disse sapere dalle labbra di lei, ch'era da lungo tempo pienamente deliberata, anche se il trono le venisse pel corso regolare della discendenza, a porre il potere, assenziente il Parlamento, nelle mani del suo consorte. Danby ricevè da lei una viva e quasi sdegnosa riprensione. Gli scrisse ch'ella era la moglie del Principe, che altro non desiderava, se non essere a lui sottoposta; la più crudele ingiuria che le si potesse fare era il controporla a lui come competitrice; e chiunque ciò facesse non verrebbe mai considerato da lei come vero amico(1319).
XLIII. Ai Tory rimaneva ancora una speranza. Era possibile che Anna ponesse innanzi i propri diritti e quelli de' figli suoi. Provaronsi in tutte le guise a incitare l'ambizione e atterrire la coscienza di lei. Suo zio Clarendon si mostrò a ciò fare operosissimo. Solo poche settimane erano corse da che la speranza della opulenza e della grandezza lo aveva spinto a rinnegare i principii da lui ostentatamente professati per tutta la vita, abbandonare la causa del Re, collegarsi coi Wildman e coi Ferguson, anzi proporre che il Re fosse condotto prigione in terra straniera e rinchiuso in una fortezza cinta di pestilenti maremme. Era stato indotto a tale strana trasformazione dalla brama di essere fatto Vicerè d'Irlanda. Nonostante, presto si vide che il proselite aveva poca speranza di ottenere il magnifico premio al quale era intento il suo cuore: perocchè intorno agli affari di quell'isola ad altri chiedevasi consiglio; all'incontro, quando egli importunamente l'offriva, era accolto freddamente. Andò molte volte al palazzo di San Giacomo, ma appena potè ottenere il favore di una parola o d'uno sguardo. Ora il Principe scriveva; ora aveva mestieri d'aria e doveva cavalcare pel parco; ora stavasi rinchiuso con gli ufficiali ragionando di faccende militari e non poteva dare ascolto a nessuno. Clarendon si accôrse non essere verosimile di guadagnar nulla col sacrificio de' suoi principii e pensò di ripigliarli. In dicembre l'ambizione lo aveva reso ribelle. In gennaio il disinganno lo aveva fatto nuovamente diventare realista. Il rimorso che sentiva nella coscienza di non essere stato Tory costante, diede una speciale acrimonia al suo Torysmo(1320). Nella Camera dei Lordi aveva fatto il possibile a impedire ogni accomodamento. Adesso pel medesimo fine fece prova di tutta la sua influenza sullo spirito della Principessa Anna. Ma cotesta influenza era poca in paragone di quella dei Churchill, i quali accortamente chiamarono in aiuto due potenti collegati, cioè Tillotson, il quale come direttore spirituale aveva in que' tempi immensa autorità, e Lady Russell, le cui nobili e care virtù, esposte a crudelissime prove, le avevano acquistata reputazione di santa. Tosto si seppe che la Principessa di Danimarca desiderava che Guglielmo regnasse a vita; e quindi fu chiaro che difendere la causa delle figlie di Giacomo contro loro stesse era disperata impresa(1321).
XLIV. Guglielmo intanto giudicò arrivato il tempo di dichiarare l'animo suo. Chiamò a sè Halifax, Danby, Shrewsbury e alcuni altri notevolissimi capi politici, e con quell'aria di stoica apatia, sotto la quale fino da fanciullo s'era avvezzo a nascondere le più forti emozioni, favellò loro poche parole profondamente meditate e di gran peso.  Disse che egli fino allora aveva taciuto; non adoperato sollecitazioni nè minacce, nè anche fatta la minima allusione alle opinioni e ai desiderii suoi: ma ormai il caso era sì critico ch'ei reputava necessario dichiarare il proprio intendimento. Non aveva nè diritto nè volontà di dettare alla Convenzione. Tutto ciò che egli pretendeva, altro non era che il privilegio di rifiutare ogni ufficio ch'egli non potesse occupare con onore per sè, ed a beneficio del pubblico.
Un forte partito voleva instituire una Reggenza. Spettava alle Camere giudicare se tale provvedimento sarebbe utile alla nazione. In quel subietto egli aveva le sue ferme opinioni; e credeva giusto dire chiaramente ch'egli non voleva essere Reggente.
Un altro partito voleva porre la Principessa sul trono, e a lui, vita durante, concedere il titolo di Re e tanta parte nel Governo quanta piacesse alla consorte dargliene. Ei non si abbasserebbe a tanto. Stimava la Principessa quanto era possibile che l'uomo stimi la donna; ma neanche da lei egli accetterebbe un posto subordinato e precario nel Governo. Era così fatto da non potere starsi legato al grembiule della migliore delle mogli. Non desiderava immischiarsi negli affari della Inghilterra; ma consentendo a prendervi parte, non v'era che una sola parte ch'egli potesse utilmente ed onorevolmente prendere. Se gli Stati gli offrissero la Corona a vita, ei l'accetterebbe. Se no, egli, senza dolersi, ritornerebbe alla terra natia. Concluse dicendo reputare ragionevole che la Principessa Anna e i suoi discendenti, nella successione al trono, venissero preferiti a qualunque figlio ei potesse avere da altra moglie che dalla Principessa Maria(1322).
E sciolse la congrega. Le cose dette dal Principe in poche ore furono note a tutta Londra. Era chiaro che doveva essere Re. L'unica questione era sapere s'egli dovesse tenere la dignità regia solo, o insieme con la Principessa. Halifax e pochi altri politici uomini, i quali manifestamente discernevano il pericolo di partire la sovrana potestà esecutiva, desideravano che finchè vivesse Guglielmo, Maria fosse soltanto Regina Consorte e suddita. Ma questo ordinamento, comechè potesse con molte ragioni propugnarsi, urtava il sentimento universale, anche di quegli Inglesi che portavano maggiore affetto al Principe. La sua moglie aveva dato non mai vista prova di sommissione ed amore coniugale; ed il meno che potesse farsi per ricambiarla era conferirle la dignità di Regina Regnante. Guglielmo Herbert, uno de' più ardenti fautori del Principe, ne fu tanto esasperato che saltò fuori dal letto, dove egli si stava infermo di podagra, ed energicamente dichiarò che non avrebbe mai snudata la spada se avesse preveduto un sì vergognoso ordinamento. Nessuno quanto Burnet prese la faccenda sul serio. Sentì ribollirsi il sangue nelle vene pensando al torto che volevano fare alla sua diletta protettrice. Rimproverò acremente Bentinck, e chiese licenza di rinunciare all'ufficio di cappellano. "Finchè io sarò servo di Sua Altezza" disse il valoroso ed onesto teologo, "sarà per me inconvenevole avversare alcuna cosa che sia da lui secondata. Desidero quindi d'essere libero perchè io possa combattere per la Principessa con tutti i mezzi che Dio mi ha dato." Bentinck persuase Burnet a differire la dichiarazione delle ostilità fino a quando fosse chiaramente nota la risoluzione di Guglielmo. In poche ore il disegno che aveva suscitato tanto risentimento fu abbandonato; e tutti coloro i quali non più consideravano Giacomo come Re, concordarono intorno al modo di provvedere al trono. Era d'uopo che Guglielmo e Maria fossero Re e Regina; le effigie di ambedue si vedessero congiunte sulle monete; i decreti corressero in nome di entrambi; entrambi godessero tutti gli onori e le immunità personali della sovranità: ma il potere esecutivo, che non poteva senza pericolo partirsi, doveva appartenere al solo Guglielmo(1323).  XLV. Giunto il tempo stabilito al libero colloquio fra le due Camere, i Commissari dei Lordi, indossando l'abito del loro ufficio si assisero da un lato attorno la tavola nella Sala dipinta: ma dall'altro lato la folla de' membri della Camera de' Comuni era sì grande che i gentiluomini i quali dovevano discutere intorno al subietto controverso, invano provaronsi di ottenere posto. Non senza difficoltà e lungo indugio il Sergente d'Armi potè farsi passare(1324).
Finalmente incominciò la discussione. E' giunta sino a noi una copiosa relazione de' discorsi d'ambe le parti. Pochi sono gli studiosi della storia i quali non abbiano svolta con ardente curiosità tale relazione e non l'abbiano gettata via disillusi. La questione tra le due Camere fu discussa da ambo le parti come questione di legge. Le obiezioni fatte da' Lordi alla deliberazione dei Comuni furono in materia di vocaboli e di punti tecnici, ed ebbero risposte della medesima sorta. Somers difese l'uso della parola abdicazione citando Grozio e Brissonio, Spigelio e Bartolo. Sfidato ad addurre qualche autorità per sostenere la proposizione che la Inghilterra poteva essere senza sovrano, ei produsse un documento parlamentare del 1399 in cui stabilivasi espressamente che il trono era rimasto vacante dalla abdicazione di Riccardo Secondo fino all'inalzamento di Enrico Quarto. I Lordi risposero adducendo un documento parlamentare dell'anno primo d'Eduardo Quarto, dal quale appariva, che lo strumento del 1399 era stato solennemente annullato. Sostenevano quindi che lo esempio recato da Somers non poteva applicarsi(1325) al caso. Surse allora Treby in soccorso di Somers, e produsse il documento parlamentare dell'anno primo di Enrico Settimo, che revocava l'atto d'Eduardo Quarto, e per conseguenza ristabiliva la validità del documento del 1399. Dopo parecchie ore il colloquio fu sciolto(1326). I Lordi si congregarono nella sala loro. Ben vedevasi che essi stavano quasi per cedere, e che il colloquio era stato per semplice forma. I fautori di Maria s'erano accorti che ponendola sul trono come rivale del marito, le avevano recato grave dispiacere. Taluni dei Pari che dianzi avevano votato per instituire una Reggenza avevano fatto pensiero o di assentarsi o di secondare la deliberazione della Camera Bassa. Affermavano non avere cangiato opinione; ma qual si fosse governo esser meglio che nessun governo; il paese non poter più a lungo sopportare cotesta angosciosa sospensione. Lo stesso Nottingham, il quale nella Sala dipinta aveva diretta la discussione contro i Comuni, dichiarò che, quantunque la coscienza non gli consentisse di cedere, ei godeva vedendo le coscienze degli altri essere meno fastidiose. Vari Lordi i quali non avevano fino allora votato nella Convenzione erano stati indotti a recarvisi: Lord Lexington il quale era pur allora giunto dal Continente; il Conte di Lincoln che era mezzo maniaco; il Conte di Carlisle che si trascinava sulle grucce; e il Vescovo di Durham, il quale s'era tenuto nascosto e intendeva fuggire oltre mare; ma gli era stato annunziato che ove egli votasse pel riordinamento del Governo, non si farebbe mai più parola della sua condotta nella Commissione Ecclesiastica. Danby, desideroso di spengere lo scisma da lui cagionato, esortò la Camera, con un discorso superiore anche alla sua ordinaria valentia, a non perseverare in una contesa che poteva riuscire fatale allo Stato. Fu caldamente secondato da Halifax. Il partito avverso si perdè d'animo. Posta la questione se Giacomo avesse abdicato il governo, solo tre Lordi dettero il voto negativo. Nella questione se il trono fosse vacante, gli approvanti furono sessantadue, i neganti quarantasette. Fu immediatamente approvata senza votazione la proposta che il Principe e la Principessa d'Orange fossero dichiarati Re e Regina d'Inghilterra(1327).
XLVI. Nottingham allora propose che la formula de' giuramenti di fedeltà e di supremazia si variasse in modo da potersi con sicura coscienza prestare da coloro i quali al pari di lui disapprovavano ciò che la Convenzione aveva fatto, e non per tanto volevano schiettamente essere leali e rispettosi sudditi de' nuovi sovrani. A tale proposizione nessuno obiettò. Non è dubbio che intorno a ciò vi fosse intelligenza tra i capi de' Whig e quei Lordi Tory i cui voti avevano fatto traboccare la bilancia nell'ultima tornata. Le nuove formole di giuramento furono mandate ai Comuni insieme con la deliberazione che il Principe e la Principessa venissero dichiarati Re e Regina(1328).
XLVII. Ormai era noto a chi doveva darsi la Corona. Rimaneva a decidersi a quali condizioni si dovesse darla. I Comuni avevano eletto un Comitato per discutere e riferire i provvedimenti da farsi onde assicurare la legge e la libertà contro le aggressioni de' futuri sovrani; e il Comitato aveva già fatta la relazione(1329). La quale proponeva primamente che quei grandi principii della Costituzione che erano stati violati dal deposto Re, fossero solennemente rivendicati: e in secondo luogo che si facessero molte nuove leggi a fine d'infrenare la regia prerogativa e purificare l'amministrazione della giustizia. La maggior parte de' suggerimenti del Comitato erano eccellenti; ma era affatto impossibile che le Camere nello spazio di un mese, e anche di un anno, potessero debitamente trattare così numerose, varie e importanti materie. Fra le altre cose fu proposto di riformare la milizia civica; restringere la potestà che i sovrani avevano di prorogare e sciogliere il Parlamento; limitare la durata de' Parlamenti; impedire che si opponesse la grazia del Re ad un'accusa parlamentare; concedere tolleranza ai protestanti dissenzienti; definire con maggior precisione il delitto d'alto tradimento; condurre i processi di crimenlese in modo più favorevole all'innocenza; rendere duraturo a vita l'ufficio di giudice; variare il modo di nominare gli sceriffi; nominare i giurati in guisa da impedire la parzialità e la corruzione; abolire l'uso di fare i processi criminali nella Corte del Banco del Re; riformare la Corte della Cancelleria; stabilire l'onorario de' pubblici ufficiali; ed emendare la legge di Quo Warranto. Era chiaro che a far leggi savie e profondamente pensate sopra tali materie bisognava più d'una laboriosa sessione; ed era parimente chiaro che leggi fatte in fretta e mal digerite sopra materie sì gravi non potevano che produrre nuovi mali peggiori di quelli che avrebbero potuto spegnere. Se il Comitato intendeva dare una lista di tutte le riforme che il Parlamento avrebbe dovuto fare in tempo proprio, la lista era stranamente imperfetta. Letta appena la relazione, i rappresentanti, l'uno dopo l'altro, sorsero suggerendo aggiunzioni. Fu proposto e approvato che si proibisse la rendita degl'impieghi, che si rendesse più efficace l'Atto dell'Habeas Corpus, e che si rivedesse la legge di Mandamus. Un tale si scagliò contro gl'impiegati della imposta sui fuochi, un altro contro quei dell'Excise: e la Camera deliberò di reprimere gli abusi d'entrambi. E' cosa notevolissima che, mentre lo intero sistema politico, militare, giudiciario e fiscale del Regno nella sopradetta guisa passavasi a rassegna, nè anche uno de' rappresentanti del popolo proponesse la revoca della legge che sottoponeva la stampa alla censura. Gli stessi uomini intelligenti non ancora intendevano che la libertà della discussione è il precipuo baluardo di tutte le altre libertà(1330).
XLVIII. La camera era in grave imbarazzo. Alcuni oratori calorosamente dicevano essersi già perduto assai tempo; doversi stabilire il Governo senza nemmeno un giorno d'indugio; la società inquieta; languente il commercio; la colonia inglese d'Irlanda in imminente pericolo di perire; sovrastare una guerra straniera; essere possibile che in pochi giorni l'esule Re approdasse con un'armata francese a Dublino, e da Dublino in breve tempo trapassasse a Chester. Non era ella insania in un caso tanto critico lasciare il trono vacante, e, mentre la esistenza stessa del Parlamento era in pericolo, consumare il tempo a discutere se i Parlamenti dovessero prorogarsi dal Sovrano o da sè? Dall'altra parte chiedevasi se la Convenzione credesse d'avere adempito il proprio debito col solo rovesciare un Principe per inalzare un altro. Certo ora, o mai, era il momento di assicurare la libertà pubblica con difese tali da potere efficacemente impedire le usurpazioni della regia prerogativa(1331). Senza alcun dubbio gravi erano le ragioni allegate da ambe le parti. Gli esperti capi dei Whig, fra i quali Somers andava sempre acquistando maggiore riputazione, proposero una via di mezzo. Dicevano la Camera avere in mira due cose ch'erano da considerarsi l'una dall'altra distinte; assicurare, cioè, l'antico ordinamento politico del reame contro le illegali aggressioni; e migliorare tale politico ordinamento con riforme legali. La prima poteva conseguirsi facendo nella deliberazione che chiamava i nuovi sovrani al trono, solenne ricordo del diritto che aveva la Nazione inglese alle sue vetuste franchigie, in guisa che il Re possedesse la sua Corona, e il popolo i suoi privilegi in forza di un solo e medesimo titolo. Ad ottenere la seconda era mestieri un intero volume di leggi elaborate. L'una poteva conseguirsi in un solo giorno; l'altra appena in cinque anni. Quanto alla prima tutti i partiti erano d'accordo; quanto alla seconda v'era innumerevole varietà d'opinioni. Nessun membro dell'una e dell'altra Camera esiterebbe un istante a votare che il Re non potesse imporre tasse senza consenso del Parlamento; ma non sarebbe possibile fare alcuna nuova legge di procedura nei casi d'alto tradimento, senza far nascere lunga discussione, ed essere da questi riprovata come ingiusta verso lo accusato, e da quelli come ingiusta verso la Corona. Lo scopo d'una straordinaria Convenzione degli Stati del reame non era di trattare le faccende che ordinariamente trattano i Parlamenti, stabilire l'onorario dei Maestri in Cancelleria, e fare provvisioni contro le esazioni degli ufficiali dell'Excise, ma di regolare la gran macchina del Governo. Fatto ciò, sarebbe tempo di ricercare quali miglioramenti le nostre istituzioni richiedessero; nè nello indugio sarebbe rischio; imperocchè un Sovrano che regnasse semplicemente mercè la elezione del popolo non potrebbe lungo tempo ricusare il suo assenso a quei provvedimenti che il popolo, parlando per mezzo de' suoi rappresentanti, chiedesse.
Per tali ragioni i Comuni saggiamente s'indussero a differire ogni riforma finchè fosse ristaurata in tutte le sue parti l'antica Costituzione del Regno, e per allora pensare di provvedere al trono senza imporre a Guglielmo ed a Maria altro obbligo che quello di governare secondo le leggi esistenti d'Inghilterra. Affinchè le questioni controverse tra gli Stuardi e la nazione più oltre non risorgessero, e' fu deliberato che l'Atto in forza del quale il Principe e la Principessa d'Orange erano chiamati al trono contenesse espressi in distintissima e solenne forma i principii fondamentali della Costituzione. Questo documento che chiamasi Dichiarazione dei Diritti fu compilato da un Comitato preseduto da Somers. Per un giovine giureconsulto che soltanto dieci giorni innanzi aveva per la prima volta favellato nella Camera de' Comuni, l'essere stato eletto ad un ufficio di tanto onore e tanta importanza nel Parlamento, è sufficiente prova della superiorità del suo ingegno. In poche ore la Dichiarazione fu finita e approvata dai Comuni. I Lordi vi assentirono con qualche modificazione di poco momento(1332).
XLIX. La Dichiarazione incominciava riepilogando gli errori e i delitti che avevano resa necessaria la rivoluzione. Giacomo aveva invaso il campo del Corpo Legislativo, trattato come delitto una modesta petizione, oppresso la Chiesa per mezzo di un tribunale illegale, senza consenso del Parlamento imposto tasse e mantenuto in tempo di pace un esercito stanziale, violato la libertà delle elezioni, e pervertito il corso della giustizia. Questioni che poteva legittimamente discutere il solo Parlamento erano state subietto di persecuzione nel Banco del Re. Erano stati eletti Giurati parziali e corrotti; estorti ai prigioni eccessivi riscatti; imposte multe eccessive; inflitte barbare e insolite pene; le sostanze degli accusati tolte a questi, e innanzi che fossero dichiarati rei convinti, date ad altrui. Colui, per autorità del quale s'erano fatte tali cose, aveva abdicato il Governo. Il Principe d'Orange, fatto da Dio glorioso strumento a liberare il paese dalla superstizione e dalla tirannide, aveva invitato gli Stati del reame a ragunarsi e consultare intorno al modo di assicurare la religione, la legge e la libertà. I Lordi e i Comuni dopo matura deliberazione aveano innanzi tutto, secondo lo esempio degli avi, rivendicato i vetusti diritti e le libertà della Inghilterra. Avevano quindi dichiarato che la potestà di dispensare dianzi usurpata ed esercitata da Giacomo non aveva esistenza legale; che senza l'autorizzazione del Parlamento il Sovrano non poteva esigere danaro dal suddito; che senza il consenso del Parlamento non poteva mantenersi esercito stanziale in tempo di pace. Il diritto de' sudditi a far petizioni, il diritto degli elettori a scegliere liberamente i loro rappresentanti, il diritto de' Parlamenti alla libertà della discussione, il diritto della Nazione ad una pura e mite amministrazione della giustizia secondo lo spirito mite delle sue leggi, tutte queste cose vennero solennemente espresse, e dalla Convenzione, a nome del popolo, reclamate come incontrastabile eredità degl'Inglesi. Rivendicati in cosiffatta guisa i principii della Costituzione, i Lordi e i Comuni, pienamente confidando che il liberatore reputasse sacre le leggi e le libertà da lui già salvate, determinavano che Guglielmo e Maria, Principe e Principessa d'Orange, venissero dichiarati Re e Regina d'Inghilterra, loro vita durante, e che, viventi entrambi, il potere esecutivo fosse nelle mani del solo Principe. Dopo la morte loro, al trono succederebbero i discendenti di Maria, poi la Principessa Anna e suoi discendenti, poi i discendenti di Guglielmo.
L. Verso questo tempo il vento aveva cessato di spirare da ponente. La nave sulla quale la Principessa d'Orange s'era imbarcata, trovavasi il dì 11 febbraio di faccia a Margate, la dimane gettò l'áncora in Greenwich(1333). Le furono fatte gioiose e affettuose accoglienze: ma il suo contegno spiacque gravemente ai Tory, e da' Whig non fu reputato scevro di biasimo. Una donna giovane, da un destino tristo e tremendo come quello che pesava sulle favolose famiglie di Labdaco e di Pelope, posta in condizioni da non potere, senza violare i propri doveri verso Dio, il marito e la patria, ricusare d'ascendere al trono dal quale il padre suo era stato dianzi rovesciato, avrebbe dovuto avere aspetto tristo o almeno grave. E non per tanto Maria non solo era di lieto ma di stravagante umore. Fu detto ch'ella entrasse in Whitehall col fanciullesco diletto di vedersi padrona di un sì bel palagio, corresse per le stanze, facesse capolino negli stanzini, e si stesse ad osservare gli arredi del letto di gala siffattamente, che sembrava non rammentasse da chi quei magnifici appartamenti erano stati dianzi occupati. Burnet, il quale fino allora l'aveva reputata un angiolo in forma umana, non potè in quella occasione astenersi dal biasimarla. E ne era maggiormente attonito, perocchè nel togliere da lei commiato all'Aja, l'aveva veduta, - quantunque fosse pienamente persuasa di procedere per la via del dovere, - profondamente accuorata. A lui, come a direttore spirituale, ella poscia disse le ragioni della propria condotta. Guglielmo le aveva scritto che taluni di coloro che s'erano provati a dividere i suoi interessi da quelli di lei, seguitavano a tramare: andavano spargendo ch'essa si reputava lesa ne' suoi diritti; ed ove si mostrasse in melanconico aspetto, la ciarla toglierebbe sembianza di verità. La supplicava quindi ad assumere nella sua prima comparsa un'aria di allegria. Il suo cuore - diceva ella - era ben lungi dall'essere lieto; ma aveva fatto ogni sforzo a parerlo; e temendo di non rappresentare convenevolmente una parte ch'ella non sentiva, l'aveva esagerata. Il suo contegno fu subietto a volumi di scurrilità in prosa e in versi; le scemò reputazione presso taluni di coloro la cui stima ella teneva in pregio; nè il mondo mai seppe, finchè ella non fu in luogo dove nè lode nè biasimo poteva coglierla, che la condotta la quale le aveva meritato il rimprovero di insensibilità e leggerezza, era stupendo esempio di quella perfetta e disinteressata devozione di cui l'uomo sembra incapace, ma che talvolta si trova nella donna(1334).
LI. Il mercoledì mattina, 13 febbraio, la Corte di Whitehall e tutte le vie circostanti erano accalcate di gente. La magnifica Sala del banchetto, capolavoro d'Inigo, e adorna de' capolavori di Rubens, era stata apparecchiata per una grande cerimonia. Lungo le pareti stavansi in fila gli ufficiali delle Guardie. Presso la porta di tramontana, a diritta, vedevasi un gran numero di Pari; v'erano a sinistra i Comuni col presidente loro accompagnato dal mazziere. Apertasi la porta di mezzogiorno, il Principe e la Principessa d'Orange l'uno a fianco dell'altra entrarono e presero posto sotto il baldacchino reale.
Ambedue le Camere si appressarono inchinandosi. Guglielmo e Maria si fecero innanzi di pochi passi. Halifax a diritta e Powle a sinistra avanzatisi, Halifax favellò. Disse la Convenzione avere fatta una deliberazione ch'egli pregava le Altezze Loro d'ascoltare. Quelle fecero cenno d'assentimento, e il Cancelliere lesse ad alta voce la Dichiarazione dei Diritti. E come egli ebbe finito, Halifax in nome di tutti gli Stati del Reame, pregò il Principe e la Principessa d'accettare la Corona.
LII. Guglielmo a nome suo e della moglie rispose che essi tenevano in maggior pregio la Corona perchè era loro offerta come pegno della fiducia della nazione. "Pieni di gratitudine noi accettiamo" disse egli "il dono che ci avete offerto." Poi, quanto a sè, gli assicurò che le leggi della Inghilterra da lui ora rivendicate, sarebbero norma della sua condotta; che egli si studierebbe di promuovere il bene del Regno, e quanto ai mezzi di farlo, chiederebbe sempre consiglio alle Camere, volendosi più volentieri fidare del giudicio loro che del suo(1335). Queste parole furono accolte con uno scoppio di gioiose grida alle quali in un baleno risposero dalle vie gli evviva di molte migliaia. I Lordi e i Comuni quindi rispettosamente uscirono dalla Sala del banchetto e andarono in processione alla maggior porta di Whitehall, dove li attendevano gli Araldi coperti de' loro sontuosi mantelli. Tutto quello spazio fino a Charing Cross(1336) rendeva immagine di un mare di teste. I timpani suonarono, squillarono le trombe, e il Re d'Armi ad alta voce proclamò il Principe e la Principessa d'Orange Re e Regina d'Inghilterra, intimò a tutti gl'Inglesi d'essere, d'allora innanzi, sinceramente fedeli e ligi ai nuovi sovrani, e supplicò Dio, il quale aveva con sì segnalato modo liberata la nostra Chiesa e la nostra Nazione, benedicesse Guglielmo e Maria, concedendo loro lungo e felice regno(1337).
LIII. In questa guisa fu consumata la Rivoluzione inglese. Ogni qual volta la paragoniamo con quelle, che, negli ultimi sessanta anni, hanno rovesciato tanti vetusti governi, non possiamo a meno di rimanere maravigliati dell'indole speciale di quella. Perchè la sua indole fosse così speciale è bastevolmente chiaro, e non per tanto e' sembra che non sia stata sempre intesa da coloro che l'hanno commendata nè da coloro che l'hanno biasimata.
Le rivoluzioni del Continente successe nei secoli decimottavo e decimonono ebbero luogo in paesi dove da lungo tempo più non rimaneva vestigio della monarchia temperata del medio evo. Il diritto che aveva il Principe di fare leggi, e imporre tasse, era rimasto per molte generazioni incontrastato. Il suo trono era difeso da un grande esercito stanziale. Il suo governo non poteva senza estremo pericolo essere biasimato nè anche con moderatissime parole. I suoi sudditi non godevano la libertà personale che a libito del Principe. Non restava neppure una istituzione, a memoria de' più vecchi, la quale prestasse al suddito sufficiente protezione contro le enormezze della tirannide. Quelle grandi congreghe che un tempo avevano domata la potestà regia erano cadute in oblio. La struttura e i privilegi loro erano noti ai soli antiquari. Non possiamo quindi maravigliarci che allorquando ad uomini siffattamente governati venne fatto di strappare il supremo potere dalle mani di un governo che in cuor loro da lungo tempo aborrivano, eglino fossero corrivi a demolire e inetti a riedificare; che rimanessero sedotti da ogni novità, proscrivessero ogni titolo, cerimonia, e frase che richiamava alla mente la idea del vecchio sistema, e dilungandosi con disgusto dalle nazionali tradizioni frugassero nei volumi de' politici filosofanti a trovarvi principii di governo, o con ridicola e stolta affettazione scimmiottassero i patriotti di Atene e di Roma. Non possiamo medesimamente maravigliarci che la violenta azione dello spirito rivoluzionario fosse seguita da una reazione al pari violenta, e che la confusione, poco dopo, generasse un dispotismo più severo di quello donde essa era nata.
Se noi ci fossimo trovati nella medesima situazione; se a Strafford fosse riuscito di mandare ad effetto la sua prediletta idea del Compiuto, di formare un esercito numeroso e bene disciplinato, come quello che, pochi anni dopo, Cromwell creò; se parecchie decisioni giudiciali simili a quella che fu profferita dalla Camera dello Scacchiere nel caso della imposta marittima, avessero trasferito nella Corona il diritto di gravare il popolo di balzelli; se la Camera Stellata e l'Alta Commissione Ecclesiastica avessero seguitato a multare, mutilare e porre in carcere chiunque osava alzare la voce contro il Governo; se la stampa fosse stata pienamente inceppata come in Vienna e in Napoli; se i nostri Re avessero gradatamente recato alle loro mani tutto il potere legislativo; se pel corso di sei generazioni non avessimo avuta nè anche una sessione di Parlamento; e se alla perfine in qualche istante di fiero concitamento fossimo insorti contro i nostri padroni; quale scoppio di furore popolare ne sarebbe seguíto! Con che fracasso, udito e sentito sino ai confini del mondo, il vasto edificio sociale sarebbe caduto a terra! Quante migliaia d'esuli, un tempo i più felici e culti membri di questa grande cittadinanza, sarebbero andati mendicando il pane loro per le terre del Continente, o avrebbero cercato ricovero ne' rozzi tugurii fra mezzo alle foreste dell'America! Quante volte avremmo veduto sossopra i lastricati di Londra per asserragliare le strade, crivellate di palle le case, spumanti di sangue i rigagnoli! Quante volte saremmo furiosamente corsi da un estremo all'altro, dall'anarchia cercando rifugio nel dispotismo, e a liberarci dal dispotismo ricadendo nell'anarchia! Quanti anni di sangue e di confusione ci sarebbe costato lo imparare i rudimenti primi della sapienza politica! Da quante fanciullesche teorie saremmo stati ingannati! Quante informi e mal ponderate Costituzioni avremmo inalzate solo per vederle nuovamente cadere! Sarebbe stata insigne ventura per noi se mezzo secolo di rigida disciplina fosse stato sufficiente a educarci a godere della vera libertà.
Tali sciagure la nostra Rivoluzione scansava. Era vigorosamente difensiva ed aveva seco prescrizione e legittimità. Tra noi, e solo tra noi, una monarchia temperata dal secolo decimoterzo s'era serbata intatta fino al decimosettimo. Le nostre istituzioni parlamentari erano in pieno vigore; eccellenti i più essenziali principii del Governo; non formalmente nè esattamente compresi in un solo documento scritto, ma sparsi nei nostri antichi e nobili statuti, e - cosa di somma importanza - impressi da quattrocento anni in cuore a tutti gl'Inglesi. Che senza il consenso de' rappresentanti della Nazione non si potesse fare atti legislativi, imporre tasse, mantenere esercito stanziale, imprigionare nessuno nè anche per un giorno ad arbitrio del Sovrano; che nessun satellite del Governo potesse allegare un ordine del Re come scusa per violare qual si fosse diritto dell'infimo suddito; tutte queste cose erano considerate tanto da' Whig che dai Tory quali leggi fondamentali del reame. Un Regno in cui erano siffatte leggi fondamentali non aveva mestieri d'una nuova Costituzione.
Ma comechè non vi fosse cotesto bisogno, era chiara la necessità di riforme. Il pessimo governo degli Stuardi, e le perturbazioni da quello suscitate, bastevolmente provavano che il nostro ordinamento politico in alcuna sua parte difettava; ed era debito della Convenzione indagare e supplire a tale difetto.
Varie questioni di grave momento lasciavano tuttavia aperto il campo alle dispute. La nostra Costituzione era nata in tempi nei quali gli uomini di Stato non erano cotanto assuefatti a fare definizioni esatte. Ne erano quindi impercettibilmente surte anomalie incompatibili con la Costituzione e pericolose alla sua stessa esistenza, e non avendo nel corso di anni molti cagionato gravi inconvenienti, avevano a poco a poco acquistato forza di prescrizione. Rimedio a questi mali era il riconfermare i diritti del popolo con parole tali che eliminassero ogni controversia, e dichiarare che nessuno esempio valesse a giustificare qual si fosse violazione di questi diritti.  Ciò fatto, e' sarebbe stato impossibile ai nostri principi male intendere la legge; ma non facendosi alcun'altra cosa di più, non era al tutto improbabile che essi la potessero violare. Sventuratamente la Chiesa aveva da lungo tempo insegnato alla Nazione che la monarchia ereditaria, sola tra tutte le nostre istituzioni, era divina e inviolabile; che il diritto che ha la Camera dei Comuni di partecipare al potere legislativo, era semplicemente diritto umano, ma quello che ha il Re alla obbedienza passiva del popolo era derivato dal Cielo; che la Magna Charta era uno statuto il quale poteva revocarsi da coloro che lo avevano fatto, ma il principio, per virtù del quale i principi di sangue regio venivano chiamati al trono per ordine di successione, era d'origine divina, ed ogni atto parlamentare incompatibile con quello era nullo. Egli è evidente che in una società nella quale tali superstizioni prevalgono, la libertà costituzionale è d'uopo sia mal sicura. Una potestà che è considerata come ordinamento dell'uomo non vale ad infrenare una potestà che è creduta ordinamento di Dio. E' vano sperare che le leggi, per quanto siano eccellenti, infrenino durevolmente un Re, il quale secondo ch'egli stesso e la maggior parte de' suoi popoli credono, ha una autorità infinitamente più alta di quella che spetta alle leggi. Privare la dignità regia di cotali misteriosi attributi, e stabilire il principio che i Re regnino in forza d'un diritto che in nulla differisca da quello onde i liberi possidenti eleggono i rappresentanti delle Contee, o dal diritto onde i Giudici concedono un ordine di Habeas Corpus, era assolutamente necessario alla sicurezza delle libertà nostre.
La Convenzione, dunque, aveva due grandi doveri da adempiere: distrigare, cioè, da ogni ambiguità le leggi fondamentali del reame; e sradicare dalle menti dei governanti e dei governati la falsa e perniciosa idea che la regia prerogativa era più sublime, e più sacra delle predette leggi fondamentali. Al primo scopo si giunse con la esposizione solenne e la rivendicazione con che incomincia la Dichiarazione dei Diritti; al secondo con la risoluzione onde il trono fu giudicato vacante, e Guglielmo e Maria furono invitati ad ascendervi.  Il mutamento sembra lieve. La Corona non fu privata nè anche d'uno de' suoi fiori; nessun nuovo diritto concesso al popolo. Le leggi inglesi in tutto e per tutto, secondo il giudicio de' più grandi giureconsulti, di Holt e di Treby, di Maynard e di Somers, dopo la Rivoluzione rimasero le stesse di prima. Alcuni punti controversi furono risoluti secondo la opinione de' migliori giuristi; e solo si deviò alquanto dall'ordinaria linea di successione. Ciò fu tutto; e bastava.
Perchè la nostra Rivoluzione fu una rivendicazione degli antichi diritti, fu condotta rigorosamente osservando le antiche formalità. Quasi in ogni atto e in ogni parola manifesto si vede un profondo rispetto pel passato. Gli Stati del reame deliberarono nelle vecchie sale e giusta le vecchie regole. Powle fu condotto al seggio nella consueta forma fra colui che lo aveva proposto e colui che aveva secondata la proposta. L'usciere con la sua mazza guidò i messaggieri dei Lordi al banco dei Comuni: e le tre riverenze furono debitamente fatte. La conferenza d'ambedue le Camere ebbe luogo con tutte le antiche cerimonie. Da un lato della tavola, nella Sala Dipinta, i Commissari de' Lordi sedevano col capo coperto e vestiti d'ermellino e d'oro. Dall'altro lato i Commissari de' Comuni stavansi in piedi e a capo scoperto. I discorsi fattivi paiono un contrapposto pressochè ridicolo della eloquenza rivoluzionaria d'ogni altro paese. Ambidue i partiti mostrarono la medesima riverenza verso le antiche tradizioni costituzionali dello Stato. Solo disputavano in che senso quelle tradizioni erano da intendersi. I propugnatori della libertà non fecero pur motto dell'uguaglianza naturale degli uomini e della inalienabile sovranità del popolo, di Armodio o di Timoleone, di Bruto primo o di Bruto secondo. Allorquando fu detto che in forza della legge della Inghilterra la Corona rimaneva essenzialmente devoluta al più prossimo erede, risposero che in forza della legge della Inghilterra, un uomo ancora in vita non poteva avere erede. Allorquando fu detto non esservi esempio a dichiarare vacante il trono, mostrarono una pergamena, scritta circa trecento anni innanzi in bizzarro carattere e in barbaro latino, e tratta dagli Archivi della Torre, nella quale facevasi ricordo come gli Stati del reame avessero dichiarato vacante il trono d'un Plantageneto perfido e tiranno. In fine, composta ogni disputa, i nuovi Sovrani vennero proclamati con l'antica pompa. Vi fu tutto il bizzarro apparato araldico: Clarencieux e Norroy, Portcullis, e Rouge Dragon, le trombe, le bandiere, e le grottesche sopravvesti ricamate a lioni e a gigli. Il titolo di Re di Francia preso dal vincitore di Cressy non fu omesso nella lista dei titoli regi. A noi che siamo vissuti nel 1848 parrà forse un abuso di vocabolo chiamare col terribile nome di Rivoluzione un fatto consumato con tanta riflessione, con tanta moderazione, e con tanto scrupolosa osservanza delle forme prescritte.
E nulladimeno questa Rivoluzione, fra tutte la meno violenta, di tutte la più benefica, sciolse diffinitivamente la grande questione di sapere se lo elemento popolare, il quale fino dalla età di Fitzwalter e di De Montfort era sempre esistito nell'ordinamento politico della Inghilterra, verrebbe distrutto dallo elemento monarchico, o si lascerebbe sviluppare liberamente e divenire predominante. La lotta tra' due principii era stata lunga, accanita, e dubbia. Era durata per quattro regni. Aveva prodotto sedizioni, accuse, ribellioni, battaglie, assedii, proscrizioni, stragi giudiciali. Tal volta la libertà, tal altra il principato parvero sul punto di spegnersi. Per molti anni la energia di metà della Inghilterra s'era sforzata di frustrare la energia dell'altra metà. Il potere esecutivo e il legislativo s'erano l'un l'altro tanto efficacemente contrastati da rimanerne entrambi impotenti, al segno che lo Stato era divenuto nulla nel sistema politico dell'Europa. Il Re d'Armi allorchè innanzi la porta di Whitehall proclamò Guglielmo e Maria, annunziava finita la gran lotta; perfetta l'unione fra il trono e il Parlamento; la Inghilterra da lungo tempo dipendente e caduta in abiezione, ridivenuta Potenza di primo ordine; le antiche leggi che vincolavano la regia prerogativa sarebbero per lo avvenire tenute sacre come la prerogativa stessa, e produrrebbero tutti gli effetti loro; il potere esecutivo verrebbe amministrato secondo il voto dei rappresentanti del popolo; qualunque riforma proposta dopo matura deliberazione dalle due Camere, non sarebbe ostinatamente avversata dal Sovrano. La Dichiarazione dei Diritti, comechè non rendesse legge ciò che per lo innanzi legge non era, conteneva i germi della legge che dette la libertà religiosa ai Dissenzienti, della legge che assicurò la indipendenza de' giudici; della legge che limitò la durata de' Parlamenti, della legge che pose la libertà della stampa sotto la protezione dei Giurati, della legge che vietò il traffico degli schiavi, della legge che abolì il giuramento religioso, della legge che liberò i Cattolici Romani dalle incapacità civili, della legge che riformò il sistema rappresentativo, d'ogni buona legge che è stata promulgata nello spazio di centosessanta anni, d'ogni buona legge in fine che quinci innanzi verrà reputata necessaria a promuovere il bene pubblico, e a soddisfare alle richieste della pubblica opinione.
Il più grande encomio che possa farsi della Rivoluzione del 1688 sta nel dire che essa fu l'ultima delle nostre rivoluzioni. Ormai sono trascorse varie generazioni senza che nessuno Inglese assennato e animato di spirito patrio abbia fatto pensiero di resistere al Governo stabilito. Ogni onesto e savio uomo è profondamente convinto - convinzione ogni giorno riconfermata dalla esperienza - che i mezzi di ottenere qual si voglia miglioramento richiesto dalla Costituzione, si possano trovare nella Costituzione stessa.
Ora, o giammai, dovremmo estimare di quale importanza sia la resistenza degli antichi nostri fatta alla Casa Stuarda. Dintorno a noi tutto il mondo è travagliato dal travaglio delle grandi nazioni. Governi che dianzi pareva dovessero durare de' secoli, sono stati, in un subito, scossi e rovesciati. Le più orgogliose metropoli della Europa occidentale sono state inondate di sangue cittadino. Tutte le sinistre passioni, cupidigia di guadagno, sete di vendetta, vicendevole aborrimento di classi, vicendevole aborrimento di razze, hanno rotto il freno delle leggi divine e delle umane. Timore e ansietà hanno annuvolato lo aspetto e contristato il cuore a milioni d'uomini. Sospeso il commercio; paralizzata la industria; diventato povero il ricco, poverissimo il povero; predicate dalla tribuna e difese con la spada dottrine ostili alle scienze, alle arti, alla industria, alla carità di famiglia; dottrine tali che, se potessero mandarsi ad effetto, disfarebbero, in trenta anni, tutto ciò che trenta secoli hanno fatto a bene della umanità, e renderebbero le più belle province di Francia e di Germania selvagge come il Congo e la Patagonia; la Europa è stata minacciata di giogo da barbari, al paragone dei quali i barbari seguaci d'Attila e Alboino erano culti ed umani. I veri amici del popolo con profondo dolore hanno confessato trovarsi in grave pericolo interessi più preziosi di qualsiasi privilegio politico, ed essere necessario sacrificare fino la libertà onde salvare lo incivilimento. Frattanto nell'isola nostra il corso regolare del Governo non è stato mai interrotto nè anche per un giorno. I pochi facinorosi arsi da libidine di licenza e di saccheggio, non hanno avuto l'animo d'affrontare la forza d'una nazione leale, schierata in ferma attitudine intorno a un trono paterno. E ove si chieda la ragione onde le sorti nostre sono state tanto diverse dalle altrui, è da rispondersi che noi non abbiamo mai perduto ciò che gli altri, ciechi e forsennati, si studiano di riacquistare. Perchè noi avemmo una rivoluzione conservatrice nel secolo decimosettimo, non ne abbiamo avuta una distruggitrice nel decimonono. Perchè serbammo la libertà fra mezzo al servaggio, noi abbiamo l'ordine fra mezzo all'anarchia. Per l'autorità delle leggi, la sicurezza degli averi, la pace delle strade, la felicità delle famiglie, noi dobbiamo essere grati, dopo Colui che a suo arbitrio esalta ed umilia le nazioni, al Lungo Parlamento, alla Convenzione, ed a Guglielmo d'Orange.
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FINE.
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NOTE al testo.
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(1228) Storia della Diserzione; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Eachard, Storia della Rivoluzione.
(1229) Gazzetta di Londra, 13 dicembre 1688.
(1230) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 259; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Legge, Scritture, nella Collezione di Mackintosh.
(1231) Gazzetta di Londra, 13 dicembre 1688; Barillon, 14-24 dicembre; Citters, alla medesima data; Luttrell, Diario; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 256, Memorie Originali; Ellis, Carteggio, 13 dicembre; Consulta del Consiglio di Stato di Spagna, 19-29 gennaio 1689. E' sembra che Ronquillo amaramente si querelasse presso il suo Governo per le perdite fatte; "sirviendole solo de consuelo el haber tenido prevencion de poder consumir el Santissimo."
(1232) Gazzetta di Londra, 13 dicembre 1688; Luttrell, Diario; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Consulta del Consiglio di Stato di Spagna, 19-29 gennaio 1689. Nel Consiglio fu accennato a rappresaglie, ma tale suggerimento fu trattato con dispregio. "Habiendo sido este echo por un furor de pueblo, sin consentimiento dei gobierno, y antes contra su voluntad, como lo ha mostrado la satisfaction che le han dado y le han prometido, parece que no hay juicio humano que puede acconsejar que se pase a semejante remedio."
(1233) North, Vita di Guildford, 220; Elegia di Jeffreys; Luttrell, Diario; Oldmixon, 762. Oldmixon trovavasi tra la folla, e non dubito che fosse uno de' più furibondi. Egli racconta bene la cosa. Ellis, Carteggio; Burnet, I, 797, e la annotazione di Onslou.
(1234) Adda, 9-19 dicembre; Citters, 18-28 dicembre.
(1235) Citters, 14-24 dicembre; Luttrell, Diario; Ellis, Carteggio; Oldmizon, 761; Speke, Storia Secreta della Rivoluzione; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 257; Eachard, Storia della Rivoluzione; Storia della Diserzione.
(1236) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 258.
(1237) Storia Secreta della Rivoluzione.
(1238) Clarendon, Diario, 13 dicembre 1688; Citters, 14-24 dicembre; Eachard, Storia della Rivoluzione.
(1239) Citters, 14-24 dicembre; Luttrell, Diario.
(1240) Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Clarendon, Diario, 16 dicembre 1688.
(1241) A Reresby fu detto da una dama, ch'egli non nomina, il Re non avere avuta intenzione di fuggire finchè non ricevè una lettera scrittagli da Halifax che allora trovavasi in Hungerford, la quale lettera annunziava a Giacomo che rimanendo correva pericolo di vita. Questa, senza dubbio, è pretta favola. Il Re, innanzi che i Commissarii partissero da Londra, aveva detto a Barillon che la loro ambasceria altro non era che finzione, e s'era mostrato deliberatissimo a lasciare l'Inghilterra. Chiaro si raccoglie dalla narrazione di Reresby che Halifax si reputò trattato vergognosamente.
(1242) Ms. Harl., 255.
(1243) Ms. Halifax; Citters, 18-28 dicembre, 1688.
(1244) Mulgrave, Racconto della Rivoluzione.
(1245) Vedi il suo Proclama colla data di Saint-Germain, 20 aprile 1692.
(1246) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 261, Mem. Orig.
(1247) Clarendon, Diario, 16 dicembre 1688; Burnet, I, 800.
(1248) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 262, Mem. Orig.; Burnet, I, 799. Nella Storia della Diserzione (1689) si afferma che le acclamazioni vennero da alcuni sfaccendati ragazzi, e che la maggior parte del popolo guardava in silenzio. Oldmixon, che trovavasi nella folla, dice lo stesso; e Ralph, i cui pregiudizi erano diversissimi da quei di Oldmixon, afferma la medesima cosa, e dice d'averlo saputo da un testimonio oculare. Forse la verità si è che le dimostrazioni di gioia furono piccolissime, ma sembrarono straordinarie perchè aspettavasi uno scoppio di sdegno nel pubblico. Barillon parla di acclamazioni e fuochi di gioia, ma aggiunge: "Le peuple dans le fond est pour le Prince d'Orange." 17-27 dicembre 1688.
(1249) Gazzetta di Londra, 16 dicembre 1688; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Storia della Diserzione; Burnet, I, 799; Evelyn, Diario, 13, 17 dicembre 1688
(1250) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 262, Mem. Orig.
(1251) Barillon, 17-27 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 271.
(1252) Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Clarendon, Diario, 16 dicembre 1688.
(1253) Burnet, I, 800; Clarendon, Diario, 17 dicembre 1688; Citters, 18-28 dicembre 1688.
(1254) Burnet, I, 800; Condotta della Duchessa di Marlborough, Mulgrave, Racconto della Rivoluzione. Clarendon non dice nulla sotto questa data; ma vedi il suo Diario, 19 agosto 1689.
(1255) Harte, Vita di Gustavo Adolfo.
(1256) Nell'originale "impossesarsi".
(1257) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 264, e segnatamente le Memorie Originali; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Rapin de Thoyras. E' d'uopo rammentare che Rapin fu parte in questi avvenimenti.
(1258) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 265; Mem. Orig.; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Burnet, I, 801; Citters, 18-28 dicembre 1688.
(1259) Citters, 18-28 dicembre 1688; Evelyn, Diario, alla medesima data; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 266, 267, Memorie Originali.
(1260) Citters, 18-28 dicembre 1688.
(1261) Luttrell, Diario; Evelyn, Diario; Clarendon, Diario, 18 dicembre 1688; Politica della Rivoluzione.
(1262) Quarta Collezione di Scritture concernenti gli affari presenti dell'Inghilterra, 1688; Burnet, I, 802, 803; Calamy, Vita e Tempi di Baxter, cap. XIV.
(1263) Burnet, I, 803.
(1264) Nell'originale "inadequate"
(1265) Gazzetta di Francia, 26 gennaio-5 febbraio 1689.
(1266) Storia della Diserzione; Clarendon, Diario, 21 dicembre 1688; Burnet, I, 803, e la nota d'Onslou.
(1267) Clarendon, Diario, 21 dicembre 1688; Citters, alla medesima data.
(1268) Clarendon, Diario, 21, 22 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, II, 268, 270, Memorie Originali.
(1269) Nell'originale "imperoccchè".
(1270) Nell'originale "sufficenti"
(1271) Clarendon, 23 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, II, 271, 273, 275, Mem. Orig.
(1272) Citters, 1-11 gennaio 1689; Ms. Witsen citato da Wagenaar, libro LX.
(1273) Halifax, Appunti; Ms. Lansdowne, 255; Clarendon, Diario, 24 dicembre 1688; Gazzetta di Londra, 31 dicembre.
(1274) Citters, 25 dicembre-4 gennaio 1688-89.
(1275) Nell'originale "Saweyer".
(1276) Colui che fece la obiezione riferita nel testo, ne' libri e nelle scritture di que' tempi si trova indicato con le sole iniziali. Eachard attribuisce il cavillo a Sir Roberto Southwell. Ma io non dubito che Oldmixon dica il vero ponendolo nella bocca di Sawyer.
(1277) Storia della Diserzione; Vita di Guglielmo, 1703; Citters, 28 dicembre-7 gennaio 1688-89.
(1278) Gazzetta di Londra, 3, 7 gennaio 1689
(1279) Gazzetta di Londra, 10, 17 gennaio 1689; Luttrell, Diario; Legge, Scritti; Citters, 1-11, 4-14, 11-21 gennaio 1689; Ronquillo, 15-25 gennaio, 23 febbraio-5 Marzo; Consulta del Consiglio di Stato di Spagna, 26 marzo-5 aprile.
(1280) Burnet, I, 802; Ronquillo, 2-12 gennaio, 8-18 febbraio 1689. Gli originali di questi dispacci mi furono affidati dalla cortesia della defunta Lady Holland e dal vivente Lord Holland. Dell'ultimo dispaccio citerò poche parole: "La tema de S. M. Britanica à seguir imprudentes consejos perdió á los Catolicos aquella quietud en que les dexó Carlos Segundo. V. E. asegure à su Santidad que mas sacaré del Principe para los Catolicos que pudiera sacar del Rey."
(1281) Il dì 13-23 dicembre 1688 lo Ammiraglio di Castiglia in questa guisa espresse la propria opinione: "Esta materia es de calidad que non puede dexar de padecer nuestra sagrada religion ó el servicio de V. M.; porque si el Principe de Orange tiene buenos succesos, nos aseguraremos de Franceses, pero peligrarà la religion." Il Consiglio il dì 16-26 febbraio si mostrò assai soddisfatto d'una lettera del Principe, nella quale questi prometteva "que los Catolicos que se portaren con prudencia no sean molestados, y gocen libertad de conscientia, por ser contra su dictamen el forzar, ni castigár por esta razon a nadie..."
(1282) Nel capitolo di La Bruyère intitolato "Sur les Jugemens" trovasi un luogo che è degno di essere letto, come quello che mostra il modo onde un Francese di merito insigne ravvisava la nostra Rivoluzione.
(1283) La narrazione che ho fatta delle accoglienze ch'ebbero in Francia Giacomo e sua moglie, è desunta principalmente dalle lettere di Madama di Sévigné, e dalle Memorie di Dangeau.
(1284) Albeville a Preston, 23 novembre-3 dicembre 1688, nella Collezione di Mackintosh.
(1285) "Tishier un Hosanna: maar 't zal veelligt haast Kruist hem Kruist hem zin." Ms. Witsen presso Wagenaar, lib. LXI. E' pure strana coincidenza che pochissimi anni avanti, Riccardo Duke, poeta Tory, un tempo rinomato, ma adesso appena rammentato tranne nello schizzo biografico fattone da Johnson, aveva, rispetto a Giacomo, adoperata la medesima immagine. "Il grido della plebaglia giudaica de' tempi antichi non era prima Osanna e poi Crucifige?" La Rivista. Dispaccio degli Ambasciatori straordinarii Olandesi, 8-18 gennaio 1689; Citters, alla stessa data.
(1286) Gazzetta di Londra, 7 gennaio 1688-89.
(1287) Nell'originale "Holxrood".
(1288) Sesta Collezione di Scritture, 1689; Wodrow, III, xii, 4, App. 150, 151; Burnet, I, 801.
(1289) Perth a Lady Errol, 29 dicembre 1688; a Melfort, 21 dicembre 1688; Sesta Collezione di Scritture, 1689.
(1290) Burnet, I, 805; Sesta Collezione di Scritture, 1689.
(1291) Nell'originale "Wihg".
(1292) Albeville, 9-19 novembre 1688.
(1293) Vedi lo scritto intitolato: Lettera ad un membro della Convenzione, e la Risposta, 1689, Burnet, I, 809.
(1294) Lettera ai Lordi del Consiglio, 4-14 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario, 9-19 gennaio.
(1295) E' pare incredibile che alcuno si potesse lasciare sedurre da codeste stramberie. Però reputo opportuno citare le stesse parole di Sancroft che sono fino a noi pervenute, scritte di sua propria mano.
"La capacità ed autorità politica del Re, e il suo nome nel Governo, sono perfetti e non possono errare; ma la sua persona essendo umana e mortale, e non privilegiata sopra le altre creature, è soggetta a tutti i difetti e gli errori di quelle. Egli può quindi essere inetto a dirigere il Governo, e spendere la pubblica pecunia ec., o per assenza, infanzia, demenza, delirio, apatia, infermità casuale o naturale, o da ultimo per invincibili pregiudicii di mente, contratti e raffermi dalla educazione e dall'abitudine, aggiuntovi inalterabili risoluzioni, in materie affatto incompatibili con le leggi, la religione, la pace, e la vera politica del Regno. In tutti questi casi - io dico - bisogna che esistano uno o più individui deputati a supplire a tale difetto, e come vicarii del Re, e per suo potere ed autorità dirigano la cosa pubblica. Fatto questo, soggiungo che tutte le procedure, le autorizzazioni, le commissioni, le concessioni ec., pubblicate come per lo innanzi, sono legali e valide ad ogni effetto, e il debito di fedeltà nel popolo rimane lo stesso, i suoi giuramenti ed obblighi non sono in nulla impediti..... Finchè il Governo procede per autorità e in nome del Re, tutti quei sacri vincoli e quelle forme di procedura stabilite sono mantenute, e la coscienza di nessuno non sarà gravata di cosa alcuna ch'egli avesse scrupolo ad intraprendere." - MS Tanner; Doyly, Vita di Sancroft. Non era al tutto irragionevole che lo stile del buon Arcivescovo facesse ridere i cortigiani di Giacomo.
(1296) Evelyn, 15 gennaio 1688-89.
(1297) Clarendon, Diario, 24 dicembre 1688; Burnet, I, 819; Proposte umilmente offerte a pro della Principessa d'Orange, 28 gennaio, 1688-89.
(1298) Burnet, I, 389, e le annotazioni del Presidente Onslow.
(1299) Evelyn, Diario, 26 settembre 1672, 12 ottobre 1679, 13 luglio 1700; Seymour, Sguardo su Londra.
(1300) Burnet, I, 388, e le annotazioni del Presidente Onslow.
(1301) Citters, 22 gennaio-1 febbraio 1689; Dibattimenti di Grey.
(1302) Giornali dei Comuni, e dei Lordi, 22 gennaio 1688-89; Citters, e Clarendon, Diario, alla medesima data.
(1303) Giornali dei Lordi, 25 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario, 23, 25 gennaio.
(1304) Nell'originale "franteso".
(1305) Giornali de' Comuni, 28 gennaio 1688-89; Grey, Dibattimenti; Citters, 29 gennaio-8 febbraio. Se la relazione che si vede nei Dibattimenti di Grey è esatta, bisogna che Citters fosse male informato rispetto al Discorso di Sawyer.
(1306) Giornali de' Lordi e de' Comuni, 29 gennaio 1688-89.
(1307) Clarendon, Diario, 21 gennaio 1688-89; Burnet, I, 810; Doyly, Vita di Sancroft.
(1308) Vedi l'Atto di Uniformità.
(1309) Stat. 2 Hen. 7, c. 1: Lord Coke, Instituta, parte III, cap. 1; Processo di Cook accusato d'alto tradimento, nella Collezione dei Processi di Stato; Burnet, I, 813, e l'annotazione di Swift.
(1310) Giornali dei Lordi, 29 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario; Evelyn, Diario; Citters; Eachard, Storia della Rivoluzione; Burnet, I, 813; Storia del ristabilimento del Governo, 1689. Il numero de' votanti pro e contra non è notato ne' Giornali ed è variamente riferito da varii scrittori. Ho seguito Clarendon il quale si diede lo incomodo di fare le liste della maggioranza e della minoranza.
(1311) Grey, Dibattimenti; Evelyn, Diario; Vita dell'Arcivescovo Sharp scritta
da suo figlio; Apologia per la Nuova Separazione, lettera al Dottore Giovanni
Sharp Arcivescovo di York, 1691.
(1312) Giornali dei Lordi, 30 gennaio 1688-89; Clarendon, Diario.
(1313) Dartmouth, annotazione a Burnet, I, 393. Dartmouth dice che l'Olandese rammentato nel testo era Fagel. E' uno sbaglio di penna perdonabilissimo in una postilla marginale notata in fretta; ma Dalrymple ed altri non avrebbero dovuto ricopiare un errore così palpabile. Fagel morì in Olanda il dì 5 dicembre 1688 mentre Guglielmo era a Salisbury e Giacomo a Whitehall. Suppongo che l'Olandese fosse o Dykvelt, o Bentink, o Zulestein, e più probabilmente Dykvelt.
(1314) Sì la preghiera che il sermone di Burnet si trovano tuttora nelle nostre grandi Biblioteche, e compensano lo incomodo di leggerli.
(1315) Giornali dei Lordi, 31 gennaio 1688-89.
(1316) Citters, 5-15 febbraio 1689; Clarendon, Diario, 2 febbraio. Questo fatto è grandemente esagerato nell'opera intitolata: Politica della Rivoluzione, libro assurdissimo, ma di qualche utilità come ricordo delle stolte dicerie di que' tempi. Grey, Dibattimenti.
(1317) La lettera di Giacomo in data del 24 gennaio-3 febbraio 1689, si trova in Kennet. Clarke nella Vita di Giacomo di malissima fede l'ha smozzicata. Vedi Clarendon, Diario, 2, 4 febbraio; Grey, Dibattimenti; Giornali dei Lordi, 2, 4 febbraio 1688-89.
(1318) E' stato asserito da varii scrittori, e fra gli altri da Ralph e da M. Mazure che Danby firmò la protesta. Ciò è un errore. Probabilmente alcuno che consultò i Giornali prima che fossero stampati lesse Danby invece di Derby; Giornali dei Lordi, 4 febbraio 1688-89. Evelyn, pochi giorni innanzi, scrisse per isbaglio Derby invece di Danby. Diario, 29 gennaio 1688-89.
(1319) Burnet, I, 819.
(1320) Clarendon, Diario, 1, 4, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14 gennaio 1688-89. Burnet, I, 807.
(1321) Clarendon, Diario, 5 febbraio 1688-89; Difesa della Duchessa di Marlborough; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione.
(1322) Burnet, I, 820. Burnet afferma di non avere raccontati gli eventi di questi torbidi tempi secondo l'ordine cronologico. Sono stato quindi costretto a riordinarli indovinando; ma penso di male non m'apporre supponendo che la lettera della Principessa d'Orange a Danby arrivasse, e il Principe dichiarasse il proprio intendimento, tra il giovedì 31 gennaio, e il mercoledì 6 febbraio.
(1323) Mulgrave, Racconto della Rivoluzione. Nelle tre prime edizioni questo fatto fu da me narrato inesattamente. In gran parte la colpa fu mia, ma in parte fu anche di Burnet, il quale usando trascuratamente la parola egli m'indusse in inganno. Burnet, I, 818.
(1324) Giornali dei Comuni, 6 febbraio 1688-89.
(1325) Nell'originale "appplicarsi"
(1326) Vedi i Giornali de' Lordi, e quei de' Comuni, 6 febbraio 1688-89, e la Relazione della Conferenza.
(1327) Giornali de' Lordi, 6 febbraio 1688-89; Clarendon, Diario; Burnet, I, 822, e l'annotazione di Darmouth; Citters, 8-18 febbraio. Quanto al numero mi sono attenuto a Clarendon. Alcuni scrittori dicono la maggioranza essere stata più piccola, altri più grande.
(1328) Giornali de' Lordi, 6, 7 febbraio 1688-89; Clarendon, Diario.
(1329) Giornali dei Comuni, 29 gennaio, 2 febbraio 1688-89.
(1330) Giornali de' Comuni, 2 febbraio 1688-89.
(1331) Grey, Dibattimenti; Burnet, I, 822.
(1332) Giornali de' Comuni, 4, 8, 11, 12 febbraio; Giornali dei Lordi, 9, 11, 12 febbraio 1688-89.
(1333) Gazzetta di Londra, 14 febbraio 1688-89; Citters, 12-22 febbraio.
(1334) Difesa della Duchessa di Marlborough; Rivista della Difesa; Burnet, I, 781, 825, e l'annotazione di Dartmouth; Evelyn, Diario, 21 febbraio 1688-89.
(1335) Giornali dei Lordi, e dei Comuni, 14 febbraio 1688-89; Citters, 15-26 febbraio. Citters pone in bocca a Guglielmo più forti espressioni di rispetto per l'autorità del Parlamento di quelle che si leggono nei Giornali; ma dal detto di Powle risulta che la relazione contenuta nei Giornali non era rigorosamente esatta.
(1336) Nell'originale "Cros".
(1337) Gazzetta di Londra, 14 febbraio 1688-89; Giornali dei Lordi e dei Comuni, 13 febbraio; Citters, 15-26 febbraio; Evelyn, 21 febbraio.
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FINE.